
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Nelle strade che portano ai “Passi Dolomitici” nei weekend estivi, tra auto, il rumore e la pesante preponderanza delle moto e il flusso sparpagliato di centinaia di ciclisti il caos è totale: sembra di essere in un ambito urbano.
Anche alle “Tre Cime” si rinnova la “connotazione urbanistica” della fruizione turistico-commerciale con l’accesso e il parcheggio di migliaia di auto ai piedi di un monumento naturale unico al mondo.
Nelle Dolomiti le “Tre Cime” e i “Passi Dolomitici” sono due luoghi “mediaticamente sovraesposti” dove ho avuto modo di provare lo stress del “sovraffollamento turistico”.
Preferisco usare l’espressione “luoghi mediaticamente sovraesposti” e “sovraffollamento turistico al posto di termini come “luoghi iconici” o “over tourism” perché le parole non possono perdere la loro “funzione didascalica” e l’uso del prefisso “sovra” serve a indicare il superamento di un limite.
Si è superato ogni limite e nessuno fa niente per tutelare la bellezza dei luoghi, gestire una fruizione turistica che si rifaccia ai valori originali di un bene comune come la “natura” e garantire le condizioni per poterne fruire in modo rigenerante.
Nell’affrontare questa emergenza non si può prescindere dalle popolazioni di montagna che vivono anche di turismo e che, al pari del fragile equilibrio idrogeologico e naturalistico della montagna, hanno subito una declinazione dello sviluppo che usa la bellezza dei luoghi naturali per attirare orde di “turisti-consumatori”.
Quello di garantire un reddito alla gente di montagna è un obiettivo che però deve tener conto, sia degli effetti dei cambiamenti climatici, sia della necessità di tutelare i valori tipici della montagna: il silenzio, la pace, la contemplazione, a cui si rifà un ”turismo lento” in crescita esponenziale.
Perché si realizzi un quadro di compatibilità economiche, sociali e ambientali bisogna accettare e imporre un limite allo sfruttamento infrastrutturale e produttivo-commerciale della natura.
Per cercare di scongiurare un futuro perennemente emergenziale dal punto di vista idrogeologico bisogna fermare nuovi progetti di artificializzazione della montagna (nuovi impianti a fune, nuove piste da sci, nuove strade, nuove opere per mega eventi sportivi,ecc.) e mettere in sicurezza le infrastrutture esistenti.
Bisogna riportare in primo piano i valori naturalistici e spirituali della montagna (il paesaggio, il silenzio, la pace, l’estasi contemplativa, la sana fatica del camminare, ecc.) e creare un’economia di montagna basata su un turismo lento per tutto l’anno, da affiancare alle tradizionali attività economiche tipiche delle terre alte, senza aggiungere interventi urbanistici che incrementano il sovraffollamento.
Nel caso delle “Tre cime” e dei “Passi Dolomitici” ci sono, a mio parere, due modi per cercare di raggiungere questo obiettivo.
I transiti e gli accessi devono avvenire attraverso navette con partenze dalle valli adiacenti (anche dalle valli minori e poco frequentate rispetto ai luoghi attualmente sovraesposti mediaticamente), gratuite per i turisti che soggiornano nei paesi dando così modo alla gente di montagna di avere un reddito anche dal turismo.
In secondo luogo bisogna imparare a “gustare la montagna”, non solo in estate o in inverno, ma anche in primavera e in autunno.
Ci sono, inoltre, due fatti nuovi che stanno modificando ”l’assetto geologico” e anche ”l’assetto sociologico” della montagna.
Da un lato gli interventi infrastrutturali, quelli datati e quelli recenti, si stanno rivelando una bomba ecologica a orologeria dove le deflagrazioni sono le frane che si manifestano dilazionate nel tempo e con preoccupante regolarità dovute anche al decadimento del permafrost (ghiaccio sotterraneo) causato all’aumento della temperatura.
Dall’altro il bisogno crescente di fasce consistenti della popolazione urbana di fuggire dalle condizioni torride dovute alle isole di calore delle città e della pianura, un fenomeno in lenta crescita che può innescare migrazioni al contrario di natura “turistico-residenziale-sanitaria”.
Tale fenomeno migratorio si può riproporre anche con la diffusione delle nuove forme di “lavoro a distanza” (smart working) che può attenuare lo spopolamento dei paesi di montagna.
La montagna non ha bisogno di valorizzatori interessati a far soldi attraverso il turismo esperienziale, artificioso e modaiolo, una sorta di folle “consumismo emozionale mordi e fuggi” ad alta quota su luoghi incontaminati, che non può sostituire il contatto semplice, diretto, profondo, rispettoso, estetico e spirituale, con la natura.
Schiavon Dante
