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Rodolfo Bosi
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Home Approfondimenti

Alla scoperta di Pontevedra, la città senza auto

30/01/2019
in Approfondimenti, Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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SPAZIO e silenzio.

Sono i principali benefici percepibili in una città liberata dalle auto. 

Pontevedra, in Galizia, adagiata sulle rive di uno dei principali fiordi atlantici, nell’estremo Nord-Ovest della Spagna, dal 2001 ha messo in atto una politica della mobilità tanto semplice quanto rivoluzionaria.

Via le auto che la attraversavano, via tutti i parcheggi di superficie e i semafori.

Zona senza auto estesa al centro storico e ai quartieri esterni e limite di velocità di 30 km/h per le (poche) strade dove il traffico è ancora consentito.

Apertura di parcheggi sotterranei e periferici per un totale di 1.686 posti macchina, rotonde agli incroci.

È una città di medie dimensioni, Pontevedra, 84mila abitanti censiti nel 2014, e la sua radicale pedonalizzazione sta dando i suoi effetti.

Aria pulita e tranquillità, turismo fiorente, attività commerciali che crescono, nessuna vittima della strada dal 2009 (trenta i decessi tra il 1996 e il 2006).

L’inquinamento prodotto dalle auto è sceso del 95%, il totale delle emissioni di CO2 del 70%.

Anche la demografia ne ha beneficiato: dal 2001 al 2014 Pontevedra ha guadagnato 8mila nuovi abitanti.

E ancora: negare l’autorizzazione a nuovi centri commerciali ha consentito ai piccoli negozi cittadini di rimanere a galla.

Per la qualità della vita e per le scelte urbanistiche la città ha ricevuto, negli ultimi anni, riconoscimenti prestigiosi a Bruxelles, New York, Dubai.

“For me, this is paradise”, titolava The Guardian poche settimane fa: la frase è attribuita al sindaco Miguel Lores (Bloque nacionalista galego) che diede il la alla pedonalizzazione della città, nel 1999, quando fu eletto per la prima volta.

Iniziò, naturalmente, dal centro storico: 300mila metri quadri liberati e strade pavimentate con lastre di pietra.

Orgoglioso dell’opera visionaria che contribuì a realizzare, il primo cittadino apre la finestra del suo studio e invita ad ascoltare il vociare delle persone per strada, i cinguettii dei piccoli uccelli urbani, il tintinnio dei cucchiaini nelle tazzine di caffè, una musica celestiale se rapportata alla cacofonia di auto, moto, clacson, gomma e lamiere che fino alla fine del secolo scorso dominavano la scena del teatro urbano in Galizia, e che quasi due decenni dopo sono l’unico spettacolo che quasi tutte le città d’Occidente sanno mettere in cartellone.

Una vittoria della buona amministrazione: “Non abbiamo realizzato grandi progetti, abbiamo fatto solo ciò che era alla nostra portata“, si schernisce Lores.

Marco Diana, docente del dipartimento di ingegneria dell’ambiente del Politecnico di Torino, si chiede come abbiano fatto in Galizia a convincere tante persone: “Come per la raccolta differenziata, la strada verso l’eliminazione dell’auto in città è un percorso lungo e ha bisogno di un consenso sociale, di un cambio di paradigma“.

Diana plaude all’esperienza spagnola e sottolinea quanto sia inefficiente l’uso dell’automobile in un contesto urbano, perché “produce inquinamento, ha bisogno di spazi enormi per la sosta e per il movimento.

Ogni auto, quando è in marcia, occupa 10-20 metri di strada per trasportare, spesso, una sola persona“.

Città universitarie come Pavia e Pisa, di media grandezza, e con un’alta quota modale di trasporto ciclabile e pedonale potrebbero seguire, secondo l’ingegnere, l’esempio di Pontevedra.

“Se le auto calano si restituisce vivibilità“, conferma Luca Studer, professore associato del Politecnico di Milano, esperto di mobilità sostenibile, “lo testimoniano anche altre esperienze in Europa: la pedonalizzazione del centro di Lubiana, Parigi senza auto lungo la Senna, la scelta di Oslo che vuole espandere la zona car-free e punta tutto sull’elettrico, la riqualificazione dei Navigli a Milano“.

La collettività sta riconquistando i suoi spazi.

Ridurre lo strapotere delle auto si può, anche in Italia dove il tasso di motorizzazione è elevatissimo, ma dove i giovani per muoversi scelgono sempre più spesso car sharing e bicicletta.

 

(Articolo di Marco Angelillo, pubblicato con questo titolo il 29 gennaio 2019 sul sito online del quotidiano “la Repubblica”)

 

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