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Cosa resta dieci anni dopo l’Accordo sul clima di Parigi

14/12/2025
in Approfondimenti, Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Cosa resta dieci anni dopo l’Accordo sul clima di Parigi
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Esattamente dieci anni fa si chiudeva a Parigi la Cop21, ovvero la Conferenza Onu sul clima che ha partorito l’Accordo sul clima più importante che abbiamo ancora oggi a disposizione: mai prima di quel momento 196 “parti” (ovvero 195 paesi più l’Ue) avevano siglato un accordo per contrastare i cambiamenti climatici, e men che meno si erano dette d’accordo nel mantenere l’aumento di temperatura media globale “ben al di sotto dei 2°C (rispetto all’era preindustriale, ndr), con lo sforzo di raggiungere l’obiettivo più ambizioso di 1.5°C, raccomandato dalla scienza”.

Dieci anni dopo, è cambiato più velocemente il clima politico – con l’estrema destra che in tutto il mondo ha messo nel mirino gli ambientalisti come nuovi nemici antropologici – di quello atmosferico.

L’ultimo anno per il quale abbiamo un quadro completo sotto il profilo emissivo (2024) mostra un record di emissioni climalteranti in atmosfera, e abbiamo cominciato a intaccare con decenni d’anticipo la prima soglia di sicurezza dei +1,5°C.

Ad oggi il mondo è proiettato verso un aumento della temperatura atmosferica a fine secolo tra +2,6°C e +2,8°C rispetto all’era pre-industriale, in base agli obiettivi presenti nei piani nazionali sul clima (gli Ndc elaborati proprio nell’ambito dell’Accordo di Parigi); va ancora peggio guardando alle politiche attualmente in campo, in base alle quali andiamo verso quota +3,1°C.

In questo contesto, l’Europa è particolarmente a rischio in quanto continente che si surriscalda più di tutti, a un ritmo doppio rispetto alla media globale.

E l’Italia già nel 2024 ha registrato un’anomalia termica di +3.22°C rispetto alla media del periodo 1850-1900 (preso dall’ultimo Ipcc come riferimento pre-industriale).

È chiaro che non stiamo percorrendo alla velocità necessaria la strada indicata dalla scienza per evitare i danni peggiori della crisi climatica – che stanno già colpendo in pieno l’Italia – ma fermare l’analisi a questo punto sarebbe fuorviante.

Perché manca il controfattuale.

Cosa sarebbe successo senza l’Accordo di Parigi e gli sforzi, pur insufficienti, per provare a rispettarlo?

La risposta arriva direttamente dall’Onu: oggi le emissioni al 2035 sono stimate in calo del 12% rispetto al 2019, mentre prima dell’Accordo di Parigi il dato sarebbe oscillato tra +20% e +48%.

Questo significa che, almeno, stiamo riuscendo a evitare gli scenari catastrofici ancora in campo fino a pochi anni fa, che vedevano proiezioni di temperatura fino a +5,7°C a fine secolo negli scenari a emissioni molto alte.

«Ogni frazione di grado di riscaldamento evitato salverà milioni di vite e miliardi di dollari di danni economici», spiega nel merito il Segretario esecutivo delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici, Simon Stiell.

Ed è indispensabile continuare a investire in mitigazione – dunque in primis in efficienza energetica e fonti rinnovabili, per ridurre il più rapidamente possibile l’impiego di combustibili fossili –, perché in un mondo ad alte emissioni non c’è adattamento che tenga.

Ma è altrettanto vero che la mitigazione senza adattamento ci porterà a subire sempre più danni dalla quota parte di eventi meteo estremi resi ormai inevitabili: i due binari d’investimento devono dunque muoversi giocoforza in parallelo, sia in difesa sia in attacco.

Il problema, per noi italiani, è che siamo praticamente fermi su entrambi i fronti.

Peccato che l’Italia sia indietro su entrambi i fronti.

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle; per fare davvero i conti con l’acqua – in base alle stime elaborate dalla Fondazione Earth and water agenda (Ewa) – servirebbero 10 mld di euro aggiuntivi l’anno, a fronte dei 7 che il sistema-Paese finora riesce a stanziare.

Volendo limitare il conto ai soli investimenti incentrati sulla lotta al dissesto idrogeologico, si scende comunque a 38,5 miliardi di euro complessivi in un decennio (in linea con gli investimenti stimati già nel 2019 per realizzare gli 11mila cantieri messi in fila dalla struttura di missione “Italiasicura“, che ha lavorato coi Governi Renzi e Gentiloni).

Se questo è lo stato per l’adattamento al clima che cambia, non va meglio sul fronte della mitigazione.

Le installazioni di impianti rinnovabili – per raggiungere i pur timidi obiettivi del Pniec nazionale – dovrebbero essere quattro volte più veloci: la disinformazione e i paletti normativi alimentati dal Governo Meloni frenano l’installazione degli impianti.

(Articolo di Luca Aterini, pubblicato con questo titolo il 12 dicembre 2025 sul sito online “greenreport.it”)

 

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