
Un bambino con la faccia imbronciata.
Sotto di lui due mani: una con le unghie colorate con l’arcobaleno e che tiene tra le dita un rossetto e un’altra che mette sui capelli del maschietto un fiocco rosso.
Era l’immagine contenuta nei manifesti affissi a Roma dall’associazione cattolica Pro Vita e Famiglia e che il Comune fece rimuovere perché giudicati discriminatori.
Dopo anni di battaglia legale, il Consiglio di Stato ha dato ragione al Campidoglio: quei manifesti potevano essere rimossi.
La campagna contro il gender nelle scuole
Nel 2022, l’associazione Pro Vita aveva lanciato una campagna, che aveva raccolto anche 105 mila firme online, contro il “gender” nelle scuole.
“Basta confondere l’identità sessuale di bambini e adolescenti con corsi e attività ideologiche nelle scuole – si leggeva a proposito dell’iniziativa – con la “carriera alias” e i “bagni neutri”.
Il governo e il parlamento devono intervenire per bloccare questo bombardamento e aumentare gli strumenti per difendere la libertà educativa della famiglia”.
Per pubblicizzare la campagna, l’associazione ultra cattolica aveva affisso manifesti in tutta Italia, Roma compresa ovviamente.
Tra questi, c’era quello già descritto e che spinse il Campidoglio a chiederne la rimozione.

Il manifesto incriminato – fonte campagna Pro Vita e Famiglia
La decisione del Consiglio di Stato
Secondo i giudici del Consiglio di Stato l’immagine, corredata dalla scritta “basta confondere l’identità sessuale dei bambini” poteva essere rimosso.
Ad annunciarlo è stata l’assessora alle Attività Produttive, alle Pari Opportunità e all’Attrazione Investimenti di Roma Capitale, Monica Lucarelli.
“La decisione del Consiglio di Stato che conferma la legittimità del diniego del Campidoglio all’affissione dei manifesti di Pro Vita & Famiglia è una buona notizia per Roma – spiega in una nota – Gli spazi pubblici non possono essere usati per diffondere messaggi che “ingenerano allarmismi, sentimenti di paura o grave turbamento”, soprattutto quando riguardano i minori.
La libertà di espressione è un valore fondamentale, ma non può mai trasformarsi in strumento di stigma o di discriminazione” ha aggiunto Lucarelli.
“Questa sentenza riconosce la piena competenza del Comune nel vietare contenuti lesivi e ci incoraggia a proseguire sulla strada intrapresa: fare di Roma una città inclusiva, che respinge ogni forma di propaganda che colpisce l’identità e la dignità delle persone. Difendere i diritti non è mai censura: è responsabilità verso i cittadini e le cittadine” ha continuato l’assessora Lucarelli.
In attesa delle motivazioni della sentenza, l’assessora ha assicurato che “continueremo a lavorare con determinazione nelle scuole, nei quartieri, ovunque sul territorio per promuovere rispetto, educazione e pari opportunità”.
I precedenti
Si tratta dell’ultimo capitolo di una lunga storia di battaglie giudiziarie tra l’associazione e il Comune di Roma.
A maggio 2025, infatti, il Tar aveva bacchettato il Campidoglio che aveva rimosso dei manifesti anti aborto nel 2018.
Nel 2022, poi, Roma fece rimuovere manifesti contro l’aborto affissi in occasione dell’8 marzo.
Un anno dopo, però, i giudici avevano dato ragione al Comune sulla rimozione di altre campagne.
Vicende che ricordano anche la più recente polemica intercorsa tra Lucarelli e la Lega in seguito alla rimozione dei manifesti del Carroccio dopo l’approvazione del Decreto sicurezza.
(Articolo di Matteo Torrioli, pubblicato con questo titolo il 30 agosto 2025 sul sito online “Roma Today”)

