
Non è più soltanto una battaglia tra privati per un lembo di sabbia sul litorale romano.
Quello che era iniziato come un sospetto di “falso” in un’autocertificazione si è trasformato, nelle ultime ore, in un’onda d’urto giudiziaria che rischia di travolgere i vertici del Dipartimento Valorizzazione del Patrimonio di Roma Capitale.
Al centro dell’inchiesta, l’assegnazione delle concessioni demaniali marittime di Ostia, un bando atteso da anni e finalizzato a ridisegnare il volto delle spiagge di Roma nel solco della direttiva Bolkestein.
Ma dietro i proclami di trasparenza, emergono ora accuse pesantissime depositate in procura dall’avvocato Sebastiano Russo, legale della società “Il Corsaro S.r.l.“.
Il caso lo avevamo già trattato in questo articolo della sezione Dossier.
Una denuncia-querela integrativa, depositata il 15 giugno 2026, che alza il tiro: non si parla più solo di falso ideologico, ma viene ipotizzato il reato di turbata libertà degli incanti, puntando il dito anche contro l’inerzia di alcuni funzionari comunali.
Il bonus dei 10 punti e la “falsa” impresa giovanile
Per capire l’evoluzione della vicenda, bisogna fare un passo indietro a quanto emerso dall’analisi dei primi documenti di gara relativi ai lotti A23 e A24.
Il bando indetto dal comune di Roma nel febbraio 2025 prevedeva una clausola premiante decisiva: 10 punti aggiuntivi per le “imprese giovanili“, ovvero quelle società in cui la maggioranza del controllo e della proprietà (almeno il 51%) fosse detenuta da persone sotto i 35 anni.
La Benic S.r.l., società vincitrice di un lotto e già nota per la gestione del chiosco Mecs a Capocotta, ha partecipato alla gara dichiarando, tramite il legale rappresentante, di possedere tale requisito.
In un’autocertificazione datata 1° aprile 2025, il legale rappresentante attestava che la società era “giovanile” con una maggioranza del 51% in mano a under 35.
Tuttavia, i documenti camerali analizzati da Dossier racconterebbero un’altra storia.
Alla data di quella dichiarazione, la Benic S.r.l. era divisa esattamente a metà.
“Il 50% non costituisce prevalenza“, sottolinea l’avvocato Russo nella querela, rendendo quella dichiarazione “oggettivamente falsa” e finalizzata a indurre in errore la pubblica amministrazione per ottenere un vantaggio competitivo indebito.
Il tentativo di sanatoria “in extremis” e il giallo dei 50 euro
Ciò che rende la vicenda ancora più opaca sono i movimenti societari avvenuti a ridosso delle scadenze di gara.
Il 6 maggio 2025, appena ventiquattr’ore prima dell’apertura delle buste economiche, viene registrata una cessione di quote del valore nominale di soli 50 euro.
Un’operazione definita “singolare” dai legali degli opponenti, un tentativo di regolarizzare una situazione di irregolarità in modo retroattivo.
Ma c’è un intoppo matematico non indifferente: anche dopo questa cessione, la partecipazione della socia giovane raggiungeva solo il 50,5%, restando comunque al di sotto di quel 51% esplicitamente dichiarato nell’autocertificazione iniziale.
Secondo la denuncia, questa condotta era “scientemente preordinata” per alterare la par condicio tra i partecipanti.
La nuova denuncia: non solo falso, ma “turbativa d’asta”
L’integrazione depositata il 15 giugno dall’avvocato Russo segna un punto di svolta.
Non si contesta più solo la falsità ideologica commessa dal privato, ma si entra nel campo dei reati contro la pubblica amministrazione.
Secondo il legale, la condotta della Benic S.r.l. configura una turbata libertà degli incanti.
Il ragionamento giuridico è cristallino: l’autocertificazione non era un semplice requisito di ammissibilità, ma un elemento funzionale a incrementare il punteggio in una fase di comparazione delle offerte già avviata.
Utilizzare un “mezzo fraudolento” (la falsa dichiarazione sulla compagine sociale) per scalare la classifica integra, secondo la Cassazione citata nell’esposto, il reato di cui all’art. 353 c.p., che tutela la libera concorrenza e il corretto svolgimento delle gare pubbliche.
Riflettori sui funzionari del Campidoglio
L’aspetto più inquietante dell’intera inchiesta riguarda però il comportamento degli uffici comunali.
La denuncia-querela fa i nomi di due funzionari, chiedendo alla Procura di fare luce sul loro operato.
Dagli atti emerge un muro di gomma.
“Il Corsaro S.r.l.” ha dovuto presentare ricorso al TAR del Lazio solo per ottenere l’accesso ai documenti di gara, poiché il Comune si era inizialmente rifiutato di ostendere la documentazione che provava l’illecito.
Una volta ottenuti i file e palesata la falsità, i funzionari avrebbero “platealmente omesso” di escludere la Benic S.r.l. dalla gara, come invece tassativamente previsto dall’articolo 11 del bando, che sanziona con la decadenza le dichiarazioni non veritiere.
L’avvocato Russo è durissimo: i funzionari, una volta presa visione dell’illiceità, avrebbero dovuto trasmettere gli atti alla procura della Repubblica senza ritardo.
Invece, nonostante le formali diffide e le richieste di chiarimenti – rimaste senza risposta – l’amministrazione ha continuato ad astenersi dall’adottare i provvedimenti di esclusione.
Verso lo scontro finale in tribunale
Mentre la procura di Roma, sotto la guida del dottor Pesci, analizza i nuovi faldoni, la tensione a Ostia sale.
La Benic S.r.l., costituita nel 2014 ma operativa solo dal luglio 2024 proprio nel settore dei lidi, rischia ora non solo l’esclusione dalla gara ma conseguenze penali pesanti per il suo amministratore unico.
L’inchiesta solleva interrogativi che vanno oltre il singolo stabilimento: quante altre “imprese giovanili” sono nate con colpi di penna last-minute per accaparrarsi i preziosi lotti del mare di Roma?
E soprattutto, perché il Campidoglio, di fronte a prove documentali definite “inconfutabili” dai legali, ha preferito il silenzio?
La battaglia per i lidi di Ostia continua, e questa volta non si combatterà sotto l’ombrellone, ma nelle aule di piazzale Clodio.
(Articolo di Lorenzo Nicolini, pubblicato con questo titolo il 20 giugno 2026 sul sito online “Roma Today”)

