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Home Approfondimenti

Trivelle, Croazia e Montenegro a caccia di idrocarburi. E Ravenna chiede moratoria al governo

07/02/2019
in Approfondimenti, Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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La guerra delle trivelle, con Paesi come Croazia e Montenegro che premono l’acceleratore proprio quando l’Italia fa un passo indietro con uno stop alle ricerche in mare di idrocarburi di 18 mesi.

Ravenna non ci sta, teme di perdere commesse.

Così, dopo un comunicato congiunto tra Confindustria e sindacati, gli enti locali coinvolti chiedono una moratoria al Governo con l’esclusione del territorio di Ravenna dalla sospensiva alle trivellazioni.

E i caschi gialli si organizzano per una manifestazione prevista per il prossimo 9 febbraio.

I PAESI VICINI ALLA RICERCA DI IDROCARBURI –

Mentre in Italia si cerca ancora di comprendere pro e contro a cui si va incontro dopo il via libera all’accordo Lega-M5S, tutto basato sul Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (senza l’adozione del quale tutto tornerà come prima), i Paesi vicini  potrebbero approfittare della sospensione delle attività in acque al confine con l’Italia.

I giacimenti più grandi sotto l’Adriatico sono già oggi condivisi con Croazia, Montenegro e Albania.

Un esempio è la piattaforma Ivana della compagnia croata Ina e dell’italiana Eni.

Perché si temono le conseguenze della sospensione delle ricerche nel nostro Paese?

Perché, come sottolinea Il Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria, sarà chi trivella e trova idrocarburi per primo (in questo caso si tratta soprattutto di metano) a mettere le mani su tutto.

Di fatto, nei giorni scorsi il Governo di Zagabria ha avviato alcune gare per la ricerca di idrocarburi.

Questa volta gli appalti non riguarderanno solo l’Adriatico, ma l’intenzione è quella di esplorare l’entroterra (già oggetto di un’altra gara tuttora aperta).

Il ministro dell’Energia e dell’Ambiente Tomislav Coric ha dichiarato che l’area coinvolta nelle esplorazioni è ampia 12.134 chilometri quadrati e che i lavori di ricerca dureranno cinque anni.

A ottobre scorso, invece, è stato annunciato l’imminente avvio di attività di esplorazioni di idrocarburi nelle acque montenegrine con una nave del consorzio italo-russo Eni-Novatek.

E sempre in Montenegro la compagnia greca Energean oil & gas è in procinto di iniziare un programma sismico con il sondaggio di 338 chilometri quadrati che dovrebbe richiedere due settimane per essere completato.

RAVENNA NON CI STA – 

Tra le prime reazioni all’approvazione dell’emendamento al dl Semplificazioni, che prevede lo stop di 18 mesi alle ricerche in mare di idrocarburi di 18 mesi, c’è stata quella di Michele De Pascale, sindaco e presidente della Provincia di Ravenna.

“In quanto sindaco di un territorio che estrae gas naturale da 60 anni – ha dichiarato – tenendo insieme industria, ambiente, cultura e turismo, che rappresenta un’eccellenza per esperienza, innovazione e know how e che concentra il 13% delle attività e il 29% dell’occupazione regionale del settore, continuerò a battermi insieme alle aziende e lavoratori contro una scelta dissennata e distruttiva”.

In un documento congiunto, firmato tra gli altri da Comune di Ravenna, Camera di Commercio, sindacati e Confindustria si ricorda che “nel dibattito sulla transizione energetica, l’Emilia-Romagna rappresenta un riferimento con quasi mille aziende riconducibili all’industria upstream, che occupano più di 10mila addetti e generano indotto per più di 100mila lavoratori”.

LA RICHIESTA DI MORATORIA – 

L’ultima mossa è stato un vertice in Regione al quale hanno partecipato il governatore Stefano Bonaccini, l’assessore regionale alle Attività produttive Palma Costi e il sindaco di Ravenna, Michele De Pascale.

Un incontro dal quale è venuta fuori la richiesta ufficiale, da parte del Tavolo petrolchimico regionale che il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee tenga conto degli accordi territoriali già realizzati.

Il riferimento è al distretto dell’offshore ravennate che si vuole “fuori dalla sospensiva”.

Al momento non si parla di un ricorso alla Consulta, che pure Bonaccini non ha escluso.

E mentre l’assessore Palma Costi ricorda che “il comparto dell’offshore non è composto solo da multinazionali, ma da centinaia di piccole e medie imprese emiliano-romagnole, che occupano diverse migliaia di lavoratori di grande professionalità, che rischiano ora di chiudere”, proprio i caschi gialli sono pronti a partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà a Roma il 6 febbraio.

 

(Articolo di Luisiana Gaita, pubblicato con questo titolo il 5 febbraio 2019 sul sito online “Ambiente & Veleni” del quotidiano “Il Fatto Quotidiano”)

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