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Guida al referendum sulla separazione della carriere: il voto dei fuori sede

13/02/2026
in Archivi, Editoriali, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Guida al referendum sulla separazione della carriere: il voto dei fuori sede
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I fuorisede non potranno votare al referendum sulla giustizia in programma al momento per domenica 22 e lunedì 23 marzo.

Lo scorso 4 febbraio il governo Meloni, in sede di approvazione del decreto elezioni (che ha confermato la data del 22-23 marzo),  ha bocciato il tentativo – promosso da alcuni parlamentari delle opposizioni – di agevolare la partecipazione alle urne per chi non abita nel comune di residenza.

Non è la prima volta che il centrodestra decide di esprimersi in maniera contraria sul tema: una storia politica fatta di “tanti no” e qualche apertura parziale in appuntamenti elettorali recenti.

E in Parlamento c’è una legge sui fuorisede ferma ormai da oltre due anni.

Il governo dice no        

Mercoledì 28 gennaio la commissione Affari costituzionali alla Camera ha bocciato diversi emendamenti presentati dalle opposizioni al cosiddetto decreto Elezioni.

Alcune proposte firmate da Partito democratico, Azione, Alleanza Verdi-Sinistra e Più Europa volevano consentire il voto dei fuorisede nel comune in cui abitano in occasione del referendum sulla giustizia.

Gli emendamenti sono stati respinti uno dopo l’altro dalla maggioranza.

Per il governo si tratta principalmente di una questione di tempi.

Oltre ai costi, sono necessari dei tempi tecnici per garantire che il voto sia ben organizzato e funzionale per i fuorisede.

Tempi che, in questo caso, non possono essere rispettati.

I fuorisede, quindi, per poter votare al referendum sulla Giustizia saranno costretti a fare ritorno ai propri comuni di residenza. Situazione meno complessa per chi vive all’estero che invece può votare per corrispondenza.

Stando ai resoconti della Camera la sottosegretario all’interno Wanda Ferro ha tenuto a sottolineare come la contrarietà del parere espresso si basi su “ragioni di carattere tecnico e non politico“.

La sottosegretaria ha spiegato come “nella più recente occasione soltanto 60.000 elettori fuori sede si siano recati a votare su 4.900.000 aventi diritto, mentre sarebbe stato ragionevole aspettarsi che fossero almeno 1.500.000, ipotizzando che l’affluenza nell’ambito di tale categoria di elettori fosse pari a quella generale“.

Quando i fuorisede sono andati a votare

Ma qual è la “recente occasione” a cui ha fatto riferimento l’esponente del governo Meloni?

Si tratta del voto sui cinque referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza, svoltosi domenica 8 e lunedì 9 giugno 2025.

I quesiti – che hanno riguardato alcune regole sui licenziamenti, sui contratti a termine e sugli infortuni – non hanno raggiunto il quorum richiesto.

A differenza del referendum in programma a primavera in questo caso l’esecutivo aveva deciso di consentire agli elettori che per motivi di studio, lavoro o cura si trovavano lontano dal proprio comune di residenza di poter votare nel domicilio temporaneo.

Un’apertura della maggioranza sul tema realizzata con una norma “sperimentale” e ad hoc approvata dal Parlamento.

L’altra occasione in cui il centrodestra ha deciso di accogliere – seppur in parte – le sollecitazioni delle opposizioni sono state le elezioni Europee del 2024.

Con un emendamento presentato da Fratelli d’Italia a un decreto Elezioni dell’epoca era stata introdotta la possibilità di agevolare il voto degli studenti fuorisede per l’elezione dei rappresentanti del Parlamento europeo.

Anche in questo caso si è trattato di un “intervento estemporaneo“.

Il centrodestra aveva previsto alcuni requisiti da rispettare: ad esempio per votare in un comune diverso da quello di residenza uno studente fuorisede doveva vivere da almeno tre mesi nel municipio in cui non aveva la residenza.

Alla fine alle ultime Europee andarono a votare in circa 24 mila, cioè il 4 per cento dei circa 591 mila studenti fuorisede presenti in tutto il Paese.

In questi anni le aperture sul tema però sono state sempre parziali.

E ci sono stati appuntamenti elettorali “più delicati” in cui il voto ai fuorisede è stato negato: è il caso delle elezioni politiche del 2022 vinte da Giorgia Meloni e dalla coalizione di centrodestra.

Prima della caduta del governo Draghi la composita maggioranza che sosteneva l’ex presidente della Banca centrale europea non era riuscita a trovare un accordo per dare vita a una disciplina organica.

La legge ferma in Senato

“L’ostruzionismo della maggioranza contro studenti e lavoratori fuori sede è vergognoso ed è una grave ferita istituzionale perché comprime un diritto civile fondamentale che invece, come dimostrano le elezioni europee 2024 e il referendum 2025, si può e si deve riconoscere pienamente“, spiega a Today.it Dario Parrini, vicepresidente della commissione Affari costituzionali al Senato.

L’esponente dem siede tra i banchi dell’organismo che esamina – da parecchio tempo – una proposta di legge sul voto ai fuorisede.

Un testo finito nelle “sabbie mobili” di Palazzo Madama: l’ultima seduta della commissione Affari costituzionali è datata 20 febbraio 2024.

La storia di questo provvedimento è piuttosto articolata.

Bisogna fare un salto nel passato: ottobre 2022.

La diciannovesima legislatura era iniziata da qualche settimana e la deputata del Pd ed ex ministra della Pubblica amministrazione Marianna Madia aveva depositato alla Camera una proposta di legge per introdurre il voto per i fuori sede.

Un testo che raccoglieva il consenso delle opposizioni e inizialmente guardato con attenzione dalla coalizione di centrodestra.

Tra maggio e luglio 2023 però la maggioranza decise di modificare con una serie di emendamenti la proposta di Madia.

Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati restrinsero il voto per i fuorisede soltanto alle Europee e ai referendum, eliminando qualsiasi riferimento alle Politiche.

Ma non solo: il centrodestra “trasformò” la proposta di legge ordinaria in una legge delega, cioè un provvedimento che fissa alcuni parametri generali e “affida” all’esecutivo il compito di scrivere effettivamente il provvedimento entro 18 mesi.

Termine quest’ultimo che non è stato rispettato, anche perché il provvedimento non è ancora stato approvato.

La proposta riscritta dalla maggioranza è stata licenziata il 4 luglio 2023 dall’aula della Camera e adesso si trova nella commissione Affari costituzionali al Senato, in compagnia di altri testi presentati dalle opposizioni.

“Ora andrà calendarizzata anche la proposta di legge di iniziativa popolare con contenuto analogo e che va integrata con quel testo“, ha spiegato a Today.it Parrini.

La proposta a cui fa riferimento l’esponente dem vuole dare la possibilità a tutti i fuorisede di esprimersi in ogni consultazione elettorale.

Il testo era stato presentato in Senato da tre promotori: Good lobby, Will Media e la Rete voto fuori sede.

Milioni di cittadini esclusi

Ma quante sono le persone che sarebbero potenzialmente interessate da una legge di questo tipo?

Secondo il “Libro bianco sull’astensionismo“, un rapporto redatto da una commissione di esperti istituita durante il governo Draghi, in Italia ci sono circa 4,9 milioni di elettori fuori sede.

Vuol dire che queste persone svolgono la propria attività lavorativa o studiano in luoghi diversi dal proprio comune di residenza.

Si tratta di circa il 10,5 per cento del corpo elettorale.

Le soluzioni all’estero sul voto per i fuorisede sono diverse.

Ci sono Paesi che non prevedono il voto per corrispondenza preferendo il voto anticipato presidiato, il voto in un seggio diverso da quello di residenza o il voto per delega.

Ad esempio, in Belgio, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito e Svizzera si può votare per delega, dando la possibilità all’elettore che non può recarsi al proprio seggio nel giorno delle elezioni di delegare un altro elettore per esprimere il voto per suo conto e in suo nome.

L’offerta di M5S ed AVS

M5S ed AVS  offrono il posto dei rappresentanti di lista per i fuorisede.

La lettera dei comitati per il no: “il diritto di voto non può diventare un privilegio“

Un atto simbolico che libererebbe al massimo 120 mila posti come rappresentanti di lista da riservare a chi altrimenti sarebbe costretto a spostarsi o a rinunciare al voto: si tratta di circa 4,9 milioni di elettori.

Ogni partito, gruppo o comitato elettorale può infatti nominare al massimo due rappresentanti per ogni seggio (circa 60mila totali): uno effettivo e un supplente, nel caso in cui il primo non fosse disponibile. 

Dott. Arch. Rodolfo Bosi

 

 

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