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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Anticipare il referendum per schivare la Consulta

10/05/2016
in Archivi, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Matteo Renzi. schivare il referendum

Nei giorni scorsi ai capigruppo del Pd e, via loro, agli esperti legislativi è arrivata da Palazzo Chigi una richiesta un po’strana: c’è modo di anticipare il referendum costituzionale dalla fine all’inizio di ottobre?

Come vedremo è possibile, ma non è così scontato che ci si riesca.

Ma il motivo della richiesta arrivata da Renzi qual è?

È in una frase pronunciata dal presidente della Consulta Paolo Grossi – curiosamente a Firenze – a proposito del ricorso sull’Italicum: “Lo esamineremo martedì 4 ottobre”.

Non è detto che venga accolto, ma il rischio c’è.

Questa uscita, però, al di là dei particolari tecnici, è suonata come un allarme alla presidenza del Consiglio.

Il cortocircuito è evidente: se va molto male, le ultime due settimane di campagna elettorale si faranno sulle critiche della Consulta alla legge elettorale renziana.

Il referendum sul ddl Boschi – quello in cui il premier si gioca tutto, come ripete ogni volta che può – era infatti programmato per la seconda metà di ottobre: domenica 23 la data più gettonata.

E allora?

Potrebbe domandarsi il lettore.

Ebbene, persino a Palazzo Chigi e dentro il Pd ritengono che la legge elettorale iper-maggioritaria appena approvata dal Parlamento sia borderline quanto a costituzionalità, soprattutto alla luce della sentenza sul Porcellum.

Anche volendo immaginare che la Consulta salvi il premio di maggioranza abnorme, è data praticamente per scontata la censura sulle cosiddette “candidature multiple”: ’intende l’abitudine di capi e capetti politici di candidarsi in diversi collegi e scegliere solo dopo in quale risultare eletti, avendo così potere di vita e di morte su chi li segue in lista.

Come si evince dalla sentenza della Consulta sul Porcellum, questo viola il principio della conoscibilità dell’eletto da parte del cittadino. 

Insomma, secondo lo stesso Pd i giudici delle leggi dichiareranno incostituzionale almeno questa parte.

Non che Renzi o i dem ne farebbero un dramma: furono Angelino Alfano e Silvio Berlusconi – si era ancora ai tempi degli incontri del Nazareno – a chiedere le candidature multiple, ma la figuraccia costituzionale mentre si tenta di vendere agli italiani una nuova Costituzione non sarebbe un bel biglietto da visita.

È così, insomma, che è saltata fuori la richiesta di Matteo Renzi ai suoi tecnici: vedete se c’è il modo di spostare il referendum e schivare la Consulta.

La data buona, in questo senso, è domenica 2 ottobre, due giorni prima che l’Italicum finisca davanti ai giudici delle leggi.

La risposta degli uffici legislativi è arrivata, ma non è risolutiva.

In sostanza è: è possibile, ma forse no.

Breve spiegazione.

La legge prevede all’ingrosso questo: dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della riforma costituzionale, che nel caso della Carta Boschi/Renzi è il 15 aprile, chi volesse sottoporla a referendum deve presentare la richiesta entro tre mesi (cioè il 15 luglio).

E chi può farlo?

Un quinto dei membri di una Camera, cinque consigli regionali o i cittadini che raccogliessero 500 mila firme, esattamente quel che stanno facendo i costituzionalisti per il No o “professoroni” in renzese.

Sono loro che rischiano di impedire al premier l’anticipo del referendum.

Motivo.

A decidere sulla legittimità del referendum è la Cassazione, che allo scopo ha 30 giorni (più altri 7 per eventuali ricorsi): questo tempo viene in genere utilizzato quasi tutto in caso di referendum indetto con raccolta firme per verificarne il numero e la veridicità.

Diciamo 10-15 agosto: a quel punto il presidente della Repubblica, su proposta del Consiglio dei ministri, può indire il referendum tra i 50 e i 70 giorni successivi. 

Così per il 2 ottobre siamo sul filo o anche oltre, senza contare l’evidente forzatura istituzionale: se invece non ci fossero le 500mila firme, ma solo la richiesta dei parlamentari, il via libera della Cassazione sarebbe rapido e votare prima della possibile figuraccia alla Consulta non sarebbe un miraggio.

 

(Articolo di Marco Palombi, pubblicato con questo titolo il 4 maggio su “Il Fatto Quotidiano”)

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