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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Biotecnologia, una, due, tre quattro

09/09/2015
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Immagine.Biotecnologia.A

Nel corso di diecimila anni gli esseri umani hanno ricavato beni utili da esseri viventi vegetali e animali con tecniche, spesso anche molto raffinate, che chiamerei senz’altro biotecnologiche: hanno usato il legno come combustibile e materiale da costruzione; hanno imparato a far fermentare e a cuocere il pane; con la fermentazione degli zuccheri hanno prodotto bevande alcoliche; hanno imparato a conservare la carne col sale o col caldo o col freddo, a seconda dei climi, a estrarre coloranti e fibre tessili da molte piante e animali, e cuoio dalla pelle degli animali macellati.

Anzi la chimica e la biologia sono nate come scienze proprio dai tentativi di comprendere e perfezionare tali processi naturali.

Ancora oggi gli alimenti, usati dai sette miliardi di persone del mondo in ragione di circa dieci miliardi di tonnellate all’anno, vengono dalla trasformazione di esseri viventi, vegetali o animali.

Molte delle materie prime naturali richieste dalla crescente industria dei paesi emergenti, Europa e poi Stati Uniti, provenivano, però, dai campi di paesi coloniali lontani nei quali serpeggiavano aspirazioni di indipendenza: cotone dall’Africa, carne dall’Argentina, indaco dall’India, gomma dal Brasile e dall’Indocina.

I chimici dei paesi industriali si misero perciò di buona lena a cercare di produrre dei surrogati partendo dai combustibili fossili esistenti sul posto: carbone in Europa, petrolio in America, e per circa un secolo, dalla metà dell’Ottocento alla metà del Novecento, la parola magica è stata: “sintetico”.

“Sintetico” rappresentava la rivoluzione, l’aspirazione a liberarsi dalla schiavitù dei prodotti naturali.

Il prof. Giuseppe Testoni tenne la prolusione al corso di Merceologia nell’Università di Bari nel 1929 con una conferenza dal titolo Le merci sintetiche e lo stesso titolo scelsi per la prolusione al mio corso di Merceologia nella stessa Università nel 1959.

Con la scoperta dell’”ecologia”, dagli anni sessanta del Novecento, si è visto che i prodotti sintetici, in quanti estranei alla natura, non erano biodegradabili, anzi erano fonte di inquinamento delle acque, che l’uso dei combustibili fossili era fonte di inquinamento atmosferico e dei relativi mutamenti climatici.

Il concetto di “sintetico” è stato parzialmente sostituito dalla nuova parola magica “bio”: tutto quello che è bio è nuovo e buono e ecologicamente virtuoso e lo sanno bene molti venditori che appiccicano il prefisso “bio” a tutto quello che capita.

“Biotecnologia” è il nome dato ai processi che dovrebbero salvare il pianeta producendo merci alternative a quelle sintetiche e prive degli inconvenienti prima ricordati.

La svolta si è avuta probabilmente con i tentativi di sostituire i carburanti per autoveicoli di origine petrolifera con alcol etilico ottenuto da zucchero o amido, usando tecniche microbiologiche note da millenni.

Tali tentativi, favoriti dagli agricoltori che potevano così smaltire eccedenze agricole e usufruire di sovvenzioni statali, hanno incontrato l’opposizione sia dell’industria petrolifera, che temeva di vedere ridotte le vendite di benzina e gasolio, sia dei movimenti ecologisti che hanno accusato i sostenitori dell’alcol carburante di bruciare nei motori delle auto, un prodotto ricavato da materie agricole che avrebbero potuto sfamare gli abitanti dei paesi poveri.

Come alternative alle materie plastiche petrolifere che restano indistruttibili, nei rifiuti e nei fiumi e nel mare, sono stati studiati processi per ottenere, da sottoprodotti agricoli, le “bioplastiche” che dovrebbero essere biodegradabili e decomponibili, più o meno presto, nel suolo.

Nello stesso tempo, dagli anni sessanta del secolo scorso si è scoperto che, attraverso la conoscenza della struttura genetica degli esseri viventi, era possibile modificare artificialmente il patrimonio genetico di piante utili per renderle resistenti agli agenti esterni, ai parassiti, alla siccità, ai pesticidi, e per aumentarne le rese nei campi.

È nata la ingegneria genetica che permette, a molte imprese di “vendere” sementi brevettate, di piante geneticamente modificate (OGM), agli agricoltori che vogliono godere dei vantaggi della loro coltivazione.

Questa “biotecnologia” ha stravolto l’agricoltura di molti paesi del mondo e ha fatto sollevare dubbi sulla innocuità degli alimenti derivati da piante OGM (come è quasi tutto il mais che l’Italia importa per l’alimentazione del bestiame) e degli animali che se ne nutrono.

Sono però così nati anche nuovi problemi analitici e merceologici, come la necessità di disporre di tecniche che consentono di riconoscere se un alimento contiene, o è privo di, parti provenienti da organismi OGM.

Un dibattito che vede acidamente contrapposti studiosi che sostengono le virtù degli alimenti derivati da vegetali e animali OGM, e altri che ne contestano la utilità non solo sul piano della salute dei consumatori, ma anche sul piano umano e sociale; le coltivazioni con piante OGM fanno concorrenza a quelle ottenute con sementi tradizionali, più rispettose della biodiversità.

Vi sono infine le biotecnologie per le coltivazioni “naturali” o “biologiche”, senza impiego di concimi artificiali, pesticidi, sementi OGM, e per gli allevamenti di animali nutriti soltanto con mangimi di coltivazioni biologiche.

I relativi alimenti “bio” sono più apprezzati da molti consumatori e anche qui si presentano problemi analitici per riconoscere se gli alimenti venduti come “biologici” sono stati realmente ottenuti in conformità con le norme.

Il cammino delle varie biotecnologie è appena iniziato e sta mobilitando nuove ricerche di chimica, biologia, microbiologia e merceologia.

Davvero la natura e la vita sono le vere fonti di cose utili, purché se ne rispettino le ineludibili leggi. 

Immagine.Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia

(Articolo di Giorgio Nebbia pubblicato con questo titolo il 7 settembre 2015 su “Eddyburg”)

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