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Rodolfo Bosi
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Com’era Milano e com’è al tempo dell’Esposizione

15/04/2015
in Archivi, edilizia, Governo del territorio, News, Piani territoriali, Urbanistica
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Articolo di Lodovico (Lodo) Meneghetti, professor al Politecnico di Milano, che è stato pubblicato con questo titolo l’11 aprile 2015 e di cui VAS condivide i contenuti.

Fra tre settimane gli incolpevoli cittadini milanesi residenti cominceranno a soffrire l’ingiusta pena causata da colpi e contraccolpi dispensati alla cieca dal Moloch-Expo, col suo corpaccione obeso, le braccia gonfie come in una grassa divinità d’oriente, i tanti lunghi tentacoli come nel polpo gigante abili ad avvinghiare per intero la città e a soffocarla fino all’ultimo respiro di morte.

Cadeva il ventotto marzo il settimo anniversario della votazione che premiava la città governata da una destra berlusconiana impersonata dal sindaco Letizia Moratti Brichetto, ricca moglie di silenzioso petroliere. 

Come il settimo sigillo appena aperto dall’Agnello «e allora il primo angelo die’ fiato alla tromba”, (ma poi “ne venne grandine e fuoco misto a sangue»). 

Diede, la nostra intrepida, fiato alle trombe (e la fortuna la preserverà dal resto). 

Un’indefessa azione lobbystica verso gli ambasciatori dell’Unesco aveva sconfitto Smirne (Izmir) che in seguito perdette anche la corsa con la potentissima mostruosa Abu Dhabi per l’Esposizione del 2020. 

I festeggiamenti di gusto buffonesco li ricordiamo come la patacca che sancirà per sempre il cambiamento, anzi il completo rivolgimento della società urbana.

Il corteo carnevalesco lungo Corso Buenos Aires, stradone commerciale per eccellenza, parve dire «questa è la città del vendere e del comprare, la comunità che tratta e scambia e brucia nei consumi e nella speculazione la merce a cominciare dalla più preziosa, il denaro».  

La Milano «dei nostri tempi», famosa per essere l’unica delle maggiori città italiane a detenere una struttura industriale articolata in miriadi di settori produttivi, non sottoposta all’egemonia di una sola o poche grandi fabbriche come Torino (private) o Genova (pubbliche) ha resistito per quasi tre decenni dal dopoguerra, quando poteva ancora presentare i cittadini milanesi secondo una struttura sociale ricca per differenze ma anche per unitaria identificazione urbana. 

Sopravvivevano le due classi dal cui confronto (e antagonismo) proveniva il dinamismo economico e culturale della città: la borghesia produttrice depositaria di un certo sentimento civile, non ancora discesa per sempre nel gorgo dei giochi finanziari e della connessa speculazione fondiaria e edilizia; la classe operaia, forte per numerosità e coscienza di sé (classe “per sé” diremmo riesumando il vecchio vocabolario), non ancora massacrata e disossata dall’imperversante e vittorioso neoliberismo oltranzista; e, non più classe, dispersa in pezzetti residuali negli anfratti dello sprawl metropolitano in cui la città medesima, ormai estranea al retaggio storico, affondava. (Per non dimenticare: nel 1963 la lotta degli operai dell’Alfa Romeo aveva strappato un nuovo contratto in cui l’aumento salariale rappresentava un chiaro spostamento del reddito dal profitto al lavoro).

Al principio degli anni Sessanta Milano è anche città industriale in ogni senso. 

Quasi la metà dei residenti attivi sono operai (484.000), ma gli addetti all’industria (in gran parte operai), cresciuti continuamente, sono poco meno di mezzo milione sicché il tasso di industrializzazione (rapporto fra addetti, approssimativamente posti di lavoro, e popolazione residente, 1.583.000) tocca il 31%, il massimo dal dopoguerra. 

Il confronto fra i residenti attivi nell’industria e i posti di lavoro mostra la prevalenza delle entrate in un pendolarismo giornaliero incessante. 

Vale a dire: si veniva a lavorare a Milano nell’industria oltre che nel terzo settore; un processo storico di lunga durata soltanto interrotto, e non completamente, dai momenti più duri della guerra. Ai primi anni del decennio Settanta la popolazione residente, sempre aumentata dal 1945, è tanta quanto non era mai stata e mai più sarà, circa 1.740.000 unità (censimento del 1951: 1.274.000). 

Gli operai che risiedono in città sono diminuiti del 17%, ma all’interno di una popolazione attiva in corso di riduzione anche per ragioni di struttura demografica rappresentano il 41%. 

Gli addetti industriali, sebbene ancora molti, 435.000, non nascondano sintomi di deindustrializzazione, d’altro canto indicano la persistenza di una forte domanda verso il territorio extra urbano e dunque l’incongruenza del mercato delle abitazioni – in altre parole la mancanza di case popolari – rispetto alla realtà del lavoro e dei diritti dei lavoratori.

Eppure vibra ancora nell’aria la parola d’ordine gridata nei cortei del grande sciopero del 1969, “casa servizio sociale”. 

Intanto diventa sempre più intensa la richiesta di impiegati negli infiniti luoghi del terziario, detto “settore dei servizi” mentre servizio sociale sarà sempre meno e sarà sempre più coacervo finanziario, commerciale, speculativo, persino affaristico mafioso. 

Le sue sedi invaderanno spazi urbani di ogni genere, dapprima capillarmente edifici residenziali fino a che i noti grandi volumi “firmati”, simboli, per noi, della fine ingloriosa dell’architettura e dell’urbanistica, andranno, come mostri frankensteiniani camminanti attraverso la città, a cercare e a coprire le aree libere più belle, che avremmo voluto destinate al bene comune. 

La rendita fondiaria intrinseca alle costruzioni si riprodurrà sempre, qualsiasi sia il loro destino, compreso quello di rimanere vuote per mancanza di domanda. 

Come capiterà sempre più spesso, ci sia o no crisi economica generalizzata.

Con il trascorrere degli anni Settanta e nei decenni successivi a Milano infierisce il sovvertimento demogra­fico che trascina con sé lo squilibrio sociale.

La popolazione residente diminuisce senza sosta fino a che al principio del nuovo millennio il censimento rivela una perdita impressionante di 560.000 unità: come se a una persona normale fosse prelevato un litro e mezzo di sangue. 

Una città ridotta a 1.180.000 residenti, a causa di improbabile scelta anti-urbana di famiglie o di certa espulsione per impossibilità di trovare un al­loggio adeguato al reddito da lavoro, anche per la cronica penuria di abitazioni pubbliche in regime di Aler (azienda lombarda di edilizia residenziale, un’azienda come altre), non può essere la città vera. 

Che riconosciuta per equa nu­merosità di persone stabili, per equilibrio di settori economici e di attività delle persone, per proporzione fra diversi ceti sociali sarà molto difficile ritrovare. 

Gli operai “milanesi” per abitazione, occupati in città o altrove che, come si è visto, oltre mezzo secolo fa imprimevano sui residenti un chiaro marchio di classe lavoratrice tradizionale, sono diminuiti assai più velocemente dell’intera popolazione. 

Il loro peso, già ridotto al 10% all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, ora è trascurabile. 

Anche la Milano residenziale d’oggi, che esibirebbe tristemente un nuovo sa­lasso di quasi centomila persone se non fosse per il contributo degli stranieri “regolari”, ben 265.000 (anagrafe 31.12.2013, residenti totali 1.354.000), non può ribaltare la propria verità sostanziale.

Mostra però che l’antica vocazione a ospitare allogeni non è morta. 

Grazie a loro potrebbe profilarsi un futuro demografico e sociale meno statico. 

Solo una speranza.

L’altra Milano, quella del giorno, se così si può dire, con la massa di impiegati pendolari che forse portano la popolazione presente in queste ore a due milioni, neanch’essa è la città vera, giacché non recupera nulla del carattere storico dell’autentica modernizzazione (doveroso ossimoro). 

Come sbandierava il corteo morattiano: monocultura commerciale dominante con la classe speculatrice che la impersona: contro la ricchezza culturale della città che abbiamo amato e abbiamo perduto. 

Sarà proprio l’Esposizione a convalidarla. 

Dal disperato luogo dei padiglioni, tradimento della primaria idea di presentare davvero le coltivazioni dei paesi del mondo, agli assi stradali radiocentrici, al centro-centro della città: i pellegrini si uniranno alle folle durevoli per invetriarsi davanti o dentro le migliaia di spettacolari brutti negozi di abbigliamento e accessori in continuo cambiamento, cuore del riciclaggio mafioso, o di bar aggiustati in falsi ristoranti-pizzerie campioni del risotto milanese fornito surgelato a notte fonda dall’”organizzazione” e rigenerato nel forno a microonde.

 

 

 

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