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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Cosa hanno fatto leggere all’ambasciatore

15/09/2016
in Archivi, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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ambasciatore-phillips

Gentile ambasciatore Phillips,

personalmente non sono tra quelli che si scandalizzano per il suo intervento di ieri sul referendum italiano: anzi, qui si apprezza la franchezza nell’ammettere che gli Stati Uniti continuano a condizionare la politica italiana, come hanno sempre fatto da quando ci liberarono dai nazifascisti.

Tra l’altro, cinquant’anni fa a interferire eravate solo voi e il Vaticano: oggi i poteri esterni che limitano la democrazia in Italia (e non solo) sono molto di più – e spesso si tratta di concentrati finanziari indecifrabili, senza volto, senza nome.

Al confronto dei quali il suo intervento fa quasi tenerezza, perché ci fa sentire tutti più giovani, ci rimanda a un mondo più semplice.

Semmai quello che mi ha stupito è che nessuno l’abbia avvertita, avvocato Phillips, dell'”effetto boomerang”: con tutto il rispetto e l’ammirazione per gli Stati Uniti, l’idea che la maggiore potenza del mondo voglia cambiare la Costituzione italiana forse a qualche italiano non sembra piacevolissima.

Mi chiedo quindi che consiglieri abbia, lì in via Veneto.

Da quali fonti tragga la sua lettura delle cose nostrane.

E qui viene il punto, ambasciatore.

Le sue fonti, i suoi informatori.

È la questione fondamentale.

Vede, quando sei anni fa WikiLeaks pubblicò una serie di cablogrammi della diplomazia americana, qui ci si è tutti divertiti a scoprire che consideravate Berlusconi “un clown” ma non si è guardato abbastanza al punto più stupefacente che emergeva da tutta la vicenda: cioè, appunto, la qualità delle vostre fonti.

Abbiamo cioè scoperto che l’ambasciata Usa informava Washington sulle cose italiane ritagliando e traducendo articoli di giornali.

E con criteri di scelta – diciamo – un po’ superficiali.

Noi, che forse abbiamo letto troppa letteratura spionistica, pensavamo che per sapere cosa succedeva in Italia gli Usa si avvalessero di chissà quali teste d’uovo, chissà quali infiltrati nei gangli di potere, chissà quali iniziati alle segrete cose.

Invece ritagliavate un po’ di editoriali, poi li mandavate al Dipartimento di Stato con quattro notarelle di commento.  

By the way, nel casino dei cablogrammi a un certo punto ho appreso che avevate classificato come “confidential” pure una cosa che avevo scritto io su questo blog, e le confesso che ci ho riso una settimana, con gli amici.

Ecco, tutto questo per dire che forse il suo intervento sul referendum costituzionale è frutto di un increscioso equivoco.

Di qualche informazione letta in giro, ma poco approfondita.

Chessò, tipo un editoriale di Panebianco, per capirci.

Le spiego: sì, le intenzioni iniziali di Matteo Renzi erano più o meno quelle che dice lei, cioè aumentare la governabilità anche a discapito della rappresentanza, velocizzare l’iter legislativo, accrescere il potere del premier rispetto al Parlamento.

Questo obiettivo può piacere o non piacere (a me, ad esempio, non piaceva), ma era sicuramente l’intenzione del nostro attuale premier.

E, se il disegno fosse andato in porto così come concepito, avrebbe probabilmente avvicinato l’Italia al sistema americano, anzi forse avrebbe ridotto ancora di più i contrappesi di potere rispetto a quelli di cui godete voi oltreoceano.

Ma, ambasciatore, il punto è che poi non è andata così.

Qui siamo in Italia.

Che è un posto complicato.

Dove oltre ai partiti ci sono le correnti, le cordate, i transfughi.

E soprattutto una subcultura dell’arzigogolo che a Bisanzio in confronto era tutto lineare.

Quindi la legge che aveva in testa Renzi – a forza di mediare con Verdini, di cercare la quadra con Bersani e di accontentare Alfano – si è trasformata in una cosa che non velocizza affatto l’iter legislativo ma anzi lo complica, creando un’infinità di varianti, di de cuius, di possibilità diverse.

La vaghezza della norma finale – insieme alla pessima forma in cui è stata scritta – lascia spazio a interpretazioni quasi infinite, quindi a potenziali dispute altrettanto eterne.

E se – Dio non volesse – di qui ai prossimi anni dovessimo avere in Camera e Senato maggioranze e presidenti di opposti partiti, il tutto si declinerà in una montagna di conflitti davanti alla Corte Costituzionale.

La quale sarà in ogni caso impegnata notte e giorno a dirimere le competenze tra Stato e Regioni in questioni relative a industria, agricoltura, artigianato, per esempio.

Se non ci crede, ambasciatore, si faccia tradurre il testo della Renzi-Boschi.

In particolare l’articolo 70.

Con tanti auguri ai traduttori, perché già chi è madrelingua italiano fatica a comprenderlo.

Ecco, avvocato Phillips, io temo fortemente che lei sia caduto in un tranello per la cattiva informazione che le hanno riportato.

Così come probabilmente per scarsa capacità di lettura delle cose italiane non le hanno detto che il problema degli investimenti stranieri nel nostro Paese è direttamente collegato non con la Costituzione della Repubblica (che parla d’altro) bensì con gli ostacoli concreti e reali che tutti gli investitori del mondo si trovano davanti al naso quando mettono dei soldi nello Stivale: corruzione diffusa, malavita organizzata e non, burocrazia farraginosa, incertezza delle norme, lungaggini nella loro applicazione, ritardi grotteschi nei pagamenti delle fatture e così via.

Insomma, se qui arrivano pochi investimenti è per via della parte peggiore dell’Italia, avvocato Phillips, non per la Carta del ’48: che è invece una delle cose migliori prodotte da questo Paese.

Sono certo che lei, se ben informato, saprà distinguere: così come passeggiando per Roma ha imparato negli anni a distinguere le bellezza dei suoi vicoli e dei suoi monumenti dalla bruttezza della sua monnezza e del suo traffico.

Con la più viva cordialità e i migliori auguri di buon lavoro.

(Articolo di Alessandro Gilioli, pubblicato con questo titolo il 14 settembre 2016 su l’Espresso online, blog “Piovono Rane”)

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