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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Delocalizzare gli edifici esposti a frane e alluvioni per mettere in sicurezza il territorio

28/05/2015
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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L’articolo che con questo titolo è stato pubblicato il 21 maggio 2015 sul sito “Greenreport” è di estrema attualità, perché ha anticipato le alluvioni che il 22 maggio scorso si sono verificate in tutta la Regione Marche e la frana che è avvenuta nel Pesarese.

 Immagine.Ordine geologi Marche

“Prevenire è meglio che curare” … anche perché si risparmia. 

E non poco.   

Basandosi su questo principio l’Ordine dei Geologi delle Marche ha presentato oggi ad Ancona una dettagliata Road Map contro il dissesto idrogeologico della Regione Marche, colpita negli ultimi anni da numerosi eventi calamitosi, che hanno “mangiato” la costa, provocato inondazioni con danni milionari. 

Nelle Marche sono state censite 42.522 frane e si stima che il 19% del territorio, circa 1.600 chilometri quadrati (Kmq), sia a rischio idrogeologico (censite 42.522 frane), 190 kmq a rischio esondazioni, 6 kmq a rischio valanghe con il risultato che il 99% dei Comuni marchigiani è interessato da dissesti. 

La Road Map  è un documento con slides , dati, dettagli e particolari sullo stato del territorio : dai siti archeologici ai centri storici, dagli ospedali alle scuole, dai terremoti alle alluvioni. 

Non si tratta solo di un dossier  di denuncia ma di un rapporto si pone l’obiettivo di fornire indicazioni e proposte tecniche e operative per la riduzione del rischio idrogeologico. 

Intervenendo alla conferenza stampa ad Ancona, Piero Farabollini , Consigliere Nazionale dei Geologi, ha  a snocciolato i  numeri impressionanti delle Marche: «Oltre 800 milioni di euro di danni in 4 anni per le alluvioni, 98 km di coste cementificate sui 180 complessivi.

Insomma, le Marche, come la Liguria, presenta il conto di anni di politiche ambientali e di tutela territoriale che definire blande sarebbe un gentile eufemismo.

Tali problematiche non possono essere legate solo al cambiamento climatico in atto.

In Italia si è costruito abusivamente e legalmente (non fa differenza ai fini del rischio) creando rischi dove prima non c’erano con incoscienza totale, restringendo alvei di fiumi e torrenti, aumentandone così le portate e le velocità, modificando le dinamiche fluviali». 

Farabollini ha evidenziato che  «in Italia assistiamo da decenni ad una impressionante “carenza pianificatoria di superficie”, con la quasi scomparsa delle manutenzioni, con abusi di consumo del suolo, con la scarsa conoscenza dei fenomeni e di conseguenza la scarsa percezione della dimensione dei pericoli.

Nel nostro Paese  ogni anno, fra i 150.000 e i 200.000 ettari di territorio naturale vengono impermeabilizzati, sotto cemento e asfalto, o bruciati dagli incendi.

Deteniamo il record europeo nel “soil sealing”, l’impermeabilizzazione delle superfici naturali: dal 2001 al 2011 aumentata dell’8,8%, abbiamo doppiato la media europea del 4,3%. Nel 42% dei centri abitati non viene svolta regolarmente la manutenzione ordinaria dei corsi d´acqua principali e del reticolo idrografico minore».

Farabollini ha nuovamente evidenziato un problema, quello di  delocalizzare gli edifici a rischio, che fa venire gli incubi a molti amministratori pubblici: «È necessario: delocalizzare i beni esposti a frane e alluvioni, se legali attuando interventi di delocalizzazione degli edifici, delle strutture e delle attività presenti nelle aree a rischio che rappresentano una delle soluzioni apparentemente più difficili da percorrere, ma risolutive ed economicamente convenienti». 

Le altre cose da fare subito secondo Farabollini e il Consiglio nazionale dei geologi sono: «Promuovere la manutenzione dei versanti, per ottenere segnali di allerta utili rispetto al possibile verificarsi di eventi franosi e definire un corretto uso delle pratiche agricole; sostenere la manutenzione dei fiumi attraverso nuove forme di gestione fluviale basate sullo studio morfologico, morfosedimentario e sull’analisi della dinamica fluviale (anche attraverso strumenti quali i Contratti di Fiume). Analisi a scala di bacino considerando, oltre al corso d’acqua principale, anche l’immenso reticolo di corsi d’acqua minori (fossi e torrenti), sempre più spesso causa, loro stessi, degli eventi alluvionali peggiori; ridare spazio alla natura, restituendo al territorio lo spazio necessario per i corsi d’acqua, le aree per permettere un’esondazione diffusa ma controllata, creare e rispettare le “fasce di pertinenza fluviale” (fascia ripariale), adottando come principale strumento di difesa il corretto uso del suolo; convivere con il rischio, applicando una politica attiva di “convivenza con il rischio” con sistemi di allerta, previsione delle piene e piani di protezione civile aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione.

Convivenza attuata anche mediante una necessaria e capillare educazione ai pericoli rivolta a tutta la comunità troppo spesso ignara dei rischi presenti sul proprio territorio». 

Farabollini ha concluso ricordando che «recentemente con DPCM di maggio 2014 il governo ha istituito una Struttura di Missione denominata “Italia Sicura” con la finalità di imprimere una accelerazione all’attuazione degli interventi in materia di dissesto idrogeologico, con lo sblocco di finanziamenti da troppo tempo sopiti nelle pieghe dei bilanci statali.

Anche nelle Marche si attueranno degli interventi con la speranza che siano portati a termine e nei migliori dei modi». 

Oggi c’è anche una buona notizia: la firma del Protocollo d’intesa a Palazzo Chigi tra ministero dell’ambiente, ministero delle infrastrutture, Italiasicura ed Autorità nazionale anticorruzione per monitorare e vigilare sugli interventi e le opere contro il dissesto idrogeologico. 

Secondo Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei eologi, «garantire trasparenza nell’affidamento degli incarichi per la realizzazione delle opere utili alla mitigazione del rischio idrogeologico è  un’ulteriore svolta nel processo di messa in sicurezza del territorio.

È necessario che le opere vengano progettate in tempi sicuri e soprattutto nella piena trasparenza degli incarichi al fine di contrastare fenomeni di corruzione ai quali abbiamo assistito troppe volte in Italia come ampiamente riportato anche dalle cronache recenti.

Per mettere in sicurezza il territorio c’è bisogno di tempi certi, procedure semplici e progetti fatti bene.

Migliorare la qualità dei progetti è uno dei prossimi obiettivi della struttura di missione Italiasicura, al quale si sta intensamente lavorando.

Elevati standard di qualità aiutano ad allontanare la probabilità che avvengano fenomeni corruttivi e soprattutto consentono di realizzare opere utili.

Troppe volte i fenomeni di corruzione si sono accompagnati alla realizzazione di opere inutili e persino dannose».

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