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Rodolfo Bosi
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12/05/2016
in Archivi, Aree agricole, Governo del territorio, MATERIE TRATTATE, Natura, News, Piani territoriali
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Schema Economia Circolare

“Economia circolare” è un termine diventato di moda da alcuni anni per descrivere le tecnologie di riciclo dei rifiuti e le tecnologie “verdi”, presentate come grande novità.

In realtà in tutte le società umane, a cominciare da quelle antichissime, il riutilizzo delle cose usate e dei residui è stata pratica non solo saggia, ma necessaria per sopravvivere in un mondo in cui le risorse materiali disponibili sono sempre state limitate.

Un dimenticato episodio di economia circolare riguarda la Puglia e la sua importante produzione di olio di oliva.

L’olio di oliva è un alimento ottenuto nei paesi mediterranei, da almeno tremila anni, macinando le olive; la pasta omogenea risultante viene poi pressata facendone colare l’olio insieme ad una parte dell’acqua dalla quale l’olio è poi separato.

Il contenuto di olio è di circa 15-20 chili per ogni 100 chili di olive; dalla spremitura restano circa 40-50 chili di un panello umido (la sansa) contenente ancora circa 2-3 chili di olio.

La sansa per secoli era considerata un rifiuto, buttata via o bruciata o dispersa nel terreno, anche con qualche beneficio perché contiene piccole quantità di sali potassici.

L’imprenditore pugliese Vito Cesare Boccardi (1835-1878), durante un viaggio in Germania, intorno al 1865 venne a conoscenza della possibilità di estrarre il grasso dalle ossa mediante solfuro di carbonio.

Il solfuro di carbonio è un liquido volatile, con odore sgradevole, infiammabile e tossico da respirare, che era stato ottenuto nel 1796 dal chimico tedesco Lampadius scaldando insieme pirite di ferro (solfuro di ferro) e carbone; si libera così un vapore facilmente condensabile, il solfuro di carbonio, appunto, con formula CS2, un atomo di carbonio legato a due atomi di zolfo, che si rivelò subito un buon solvente dei grassi.

I primi brevetti per l’estrazione del grasso dalle ossa, anche questa un’operazione di economia circolare, di recupero di materie commerciabili da un sottoprodotto della macellazione, erano stati assegnati al chimico francese Edouard Deiss già nel 1855.

Poco dopo la ditta tedesca C.O.Heyl di Moabit, alla periferia di Berlino, estraeva con solfuro di carbonio olio dai pannelli di vari semi oleosi.

Boccardi (1835-1878) pensò di applicare il processo alle sanse di oliva per ottenere olio da trasformare in sapone, in un suo sansificio a Molfetta.

Sorsero in breve tempo vari stabilimenti che operavano con ciclo integrale: estraevano olio dalle olive, poi recuperavano dalle sanse l’olio residuo usando come solvente il solfuro di carbonio che essi stessi producevano.

Nel 1869 con capitali francesi fu creata a Bari la “Società delle olierie e saponerie meridionali”, diretta dai signori Marius Gazagne e Sarlin; lo stabilimento, sito nella zona dell’attuale Fiera del Levante, produceva solfuro di carbonio e olio di sansa.

Un articolo del 1883 afferma che la fabbrica produceva ogni giorno 1200 chili di solfuro di carbonio e 7000 chili di olio di sansa.

A Milazzo nel 1873 la ditta Zirilli produceva anch’essa solfuro di carbonio e olio di sansa.

Nel 1883 simili stabilimenti esistevano, oltre che in Puglia e in Sicilia, anche in Toscana.

Si ha notizia che imprenditori pugliesi presentarono, con successo, nelle esposizioni merceologiche, dei campioni di olio di sansa al solfuro.

Dapprima l’olio di sansa, di colore verde intenso per la clorofilla che veniva estratta insieme all’olio, era considerato non adatto ad uso alimentare e veniva impiegato per la fabbricazione del sapone, apprezzato perché, per il suo elevato contenuto di acido oleico, permetteva di ottenere dei saponi meno duri di quelli ottenuto con grassi ricchi degli acidi palmitico e stearico.

L’”olio al solfuro” era oggetto di esportazione, specialmente negli Stati Uniti; un saponificio di Milwaukee fondato nel 1864 da un tale Caleb Johnson, nel 1898 diede il nome “palmolive” al sapone, dal caratteristico colore verde, fatto con gli acidi grassi dell’olio di sansa di oliva italiano.

La fabbrica fu poi assorbita dal saponificio Colgate e il nome “Palmolive” è ora marchio di fabbrica di questa multinazionale dei detergenti.

Queste operazioni di antica economia circolare non erano prive di inconvenienti: I sansifici che producevano olio al solfuro erano soggetti a esplosioni e incendi ed erano inclusi fra le industrie esposte a rischio di incidenti rilevanti, da localizzare fuori dalle città.

Per questo motivo già agli inizi del Novecento il solfuro di carbonio fu sostituito con benzina o altri idrocarburi meno pericolosi.

Con vari perfezionamenti è stato possibile eliminare colore e sapori sgradevoli dall’olio di sansa e farne un olio adatto ad usi alimentari.

Con successo, perché già negli anni trenta del Novecento era prevista la vendita di olio alimentare di sansa, il cui prezzo era inferiore a quello dell’olio di pressione, col quale poteva anche essere miscelato, nel qual caso era denominato “Olio di sansa e di oliva”.

Il favore ricevuto dall’olio di sansa presso i consumatori meno abbienti spinse gli industriali dell’olio di oliva a chiedere ai vari governi di applicare all’olio di sansa una imposta di fabbricazione che ne facesse avvicinare il prezzo a quello degli oli di pressione, naturalmente con le proteste dei proprietari dei sansifici che erano in genere piccoli stabilimenti diffusi nelle zone di produzione delle olive.

L’olio di sansa è ancora prodotto e commerciato; le sanse esauste, dopo l’estrazione dell’olio, trovano impiego come miglioratori del terreno o come combustibili, altra prova che l’economia può operare a cicli sempre più chiusi.

(Articolo di Giorgio Nebbia, pubblicato con questo titolo il 9 maggio 2016 su “Eddyburg”)

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