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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Gli araldi dell’Antropocene: bombe atomiche e dipendenza dal petrolio

31/08/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Bomba atomica Antropocene

L’Anthropocene working group, un team internazionale di ricercatori che ha passato gli ultimi 7 anni a studiare in silenzio a studiare se il termine Antropocene, diventato intanto  popolare, deve essere formalmente definito come era geologica, è arrivato, a maggioranza alla decisione che «subito dopo la seconda guerra mondiale, quando le bombe atomiche sono diminuite  e la nostra sete di carbone e petrolio è diventata una dipendenza vera e propria, la Terra è entrata nell’Antropocene, un nuovo tempo geologico in cui l’impronta ambientale dell’umanità ha lasciato un segno nei sedimenti in tutto il mondo». 

A scriverlo è Paul Voosen, che si occupa di scienza della Terra e planetaria per Science.

Pochi giorni fa, dopo aver raccolto i “voti” degli scienziati, l’Anthropocene working group ha deciso di proporre il boom del dopoguerra, tra la fine degli anni ‘40 e primi anni ‘50 come la data di inizio dell’Antropocene. 

Voosen sottolinea che «il gruppo chiederà all’ International commission on stratigraphy (Ics), la burocrazia che governa il tempo geologico, di riconoscere l’Antropocene come una serie, l’equivalente stratigrafico di un’epoca, alla pari dell’Olocene e del Pleistocene che l’hanno preceduto. Il 29 agosto, in occasione del Congresso geologico internazionale a Città del Capo, Colin Waters, segretario del gruppo e geologo del British geological survey,  in Keyworth, presenterà le raccomandazioni dell’Anthropocene working group». 

Voosen spiega che «il gruppo non ha ancora presentato una proposta formale.  

Per farlo, si devono raccogliere più carote i sedimenti provenienti da tutto il pianeta e dimostrare che contengono una brusca transizione dei traccianti geochimici che rischia di persistere come parte permanente del dato roccioso; il nucleo con il miglior esempio della transizione dovrebbe quindi servire come “Golden Spike “, segnando inizio dell’Antropocene». 

Questi nuclei potrebbero provenire da fondali lacustri e oceanici, calotte glaciali e anche dai coralli o dagli anelli degli alberi. 

Ma devono mostrare la “grande accelerazione”.

Jan Zalasiewicz, il geologo britannico dell’università di Leicester che ha convocato il gruppo, sottolinea che «è il dopoguerra, quando è decollata la combustione dei combustibili fossili.  

Andremo e sporcarci le mani, cominciando a cercare le sezioni che possiamo proporre formalmente».

Ma le sezioni dovranno essere ricche di firme multiple, dato che la proposta dell’Antropocene è vista dagli stratigrafi con forte scetticismo.

Stan Finney, presidente dell’Ics e geologo alla California State University, conferma che «i membri votanti dell’International commission on stratigraphy guardano a queste cose in modo critico».

Finney  i suoi colleghi dubitano che i loro standard possano essere applicati correttamente al fango e limo vecchio decenni, piuttosto che alla roccia solida che registra i limiti stratigrafici più antichi e mettono esplicitamente il discussione il valore scientifico dell’Antropocene.

Alcuni di loro pensano che la discussione intorno all’Antropocene sia troppo influenzata da scienziati di altre discipline, come i climatologi, e vedono la proposta come una dichiarazione politica.

All’Ics temono che la decisione sull’Antropocene e la discussione sulla stampa che ne seguirà  sconvolgerà la tranquilla rutine della stratigrafia: «Mi sento come un faro con un enorme onda di tsunami che sta venendo verso di lui», ha detto Finney a Science.

E anche Phil Gibbard, uno stratigrafo britannico dell’università di Cambridge, uno dei membri dell’Anthropocene working group che hanno votato contro la proposta, si preoccupa di una possibile reazione violenta: «Siamo nervosi».

Come sanno i lettori più attenti di greenreport.it, i 35 geologi, climatologi, archeologi e scienziati di altre discipline che compongono l’Anthropocene working group hanno preso in considerazione più date: un inizio dell’Antropocene già 7000 anni fa, quando l’umanità cominciò a convertire massicciamente le foreste in pascoli e terreni coltivati, provocando probabilmente un picco di CO2, oppure 3000 anni fa, quando la fusione del piombo contaminò il suolo. 

Le date più recenti prese in considerazione sono il 1610, quando il polline del  Nuovo Mondo è arrivato in Europa, o gli inizi del 1800 e della rivoluzione industriale. 

Ma la maggioranza dei voti è andato alla “grande accelerazione”.

La decisione dell’Anthropocene working group di scegliere una data così recente non convince Bill Ruddiman, professore emerito di scienze ambientali all’l’università della Virginia: «È un errore formalizzare il termine fissandolo rigidamente ad una sola periodo. In particolare, uno che manca della maggior parte della storia della grande trasformazione della superficie terrestre».

Molti archeologi preferirebbero datare l’Antropocene a 7000 anni, quando gli esseri umani cominciarono a modificar la superficie del pianeta, ma il working group era alla ricerca di una firma del cambiamento globale indotto dall’uomo visibile nei campioni geologici, non delle prime tracce locali dell’influenza umana sul territorio.

Nello studio “The Anthropocene is functionally and stratigraphically distinct from the Holocene”, pubblicato su Science a gennaio i quest’anno, l’Anthropocene working group aveva evidenziato le “firme” più probabili: la crescita dei consumi di massa ad iniziare dagli anni ‘50, con l’uso di plastica e alluminio, poi il Plutonio nel suolo,  proveniente dal fallout dei test nucleari atmosferici, a partire nel 1951, che resterò nei sedimenti d tutto il mondo  per i prossimi 100.000 anni.  

Ma forse il proxy più promettente è quello dei campioni raccolti dai fondali di 71 laghi in tutto il mondo che hanno mostrato negli anni ’50 un picco di ceneri volatili, residui  dalla combustione ad alta temperatura di carbone e petrolio. «Questo è un segnale permanente – spiega Waters – Queste particelle non verranno degradate.

La cenere è direttamente legata all’aumento di CO2 di origine antropica che per primo ha suscitato la nozione di Antropocene».

Voosen evidenzia che «fino a quest’anno, l’Anthropocene working group  non aveva cercato un golden spike; invece, hanno favorito la definizione dell’Antropocene semplicemente da una data di inizio, un metodo che gli stratigrafi hanno usato solo per le unità di tempo all’interno del Precambriano, più di 540 milioni di anni fa, quando i segni di demarcazione nette sono impossibili da trovare nella roccia». 

Ma diversi scienziati dell’Ics, tra cui  Finney, hanno chiarito che è necessario un golden spike per avere una qualche possibilità di approvazione.

La proposta del working group non lo soddisfa, ma Waters spera che l’Ics prenda in considerazione il golden spike scelto per  i suoi meriti: «È proprio sottile e di breve durata, ma il fatto che sia molto considerevole è la cosa più importante».

Zalasiewicz aggiunge che il golden spike dell’Antropocene è sostenuto dai segnali della grande accelerazione, che resteranno anche se in qualche modo l’umanità invertirà riscaldamento globale e proteggerà la metà del pianeta: «Se l’umanità non cambia corso, quindi gli stratigrafi in futuro potrebbero  dover  elevare il rank dell’Antropocene nella gerarchia geologica. Un’epoca sarebbe pensare troppo in piccolo».

 

(Articolo pubblicato con questo titolo il 25 agosto 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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