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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Il disastro dei dati sulla caccia in Italia secondo il rapporto Ispra

08/08/2016
in Archivi, Caccia e Animali, Governo del territorio, Natura, News, piani faunistici venatori provinciali e regionali, Piani territoriali
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Dossier ISPRA

Alberto Sorace e Barbara Amadesi, del Servizio di consulenza faunistica dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) hanno presentato  il rapporto “Analisi dei dati dei tesserini venatori per la stagione venatoria 2014-2015” che serve ad «assicurare il rispetto dei principi di rigorosa verifica e di costante monitoraggio del prelievo venatorio degli uccelli, imposti dalla Direttiva Uccelli 2009/147/CE».

Si tratta della prima analisi di questo tipo, richiesta all’Ispra da ministero dell’ambiente e che verrà inoltrata alla Commissione europea.

Ispra evidenzia che dai dati raccolti emergono  diverse criticità: «Solo otto regioni hanno fornito i dati richiesti, rappresentativi quindi di meno della metà del territorio nazionale; inoltre, solo quattro regioni hanno fornito dati sullo sforzo di caccia, informazione questa essenziale per poter valutare la sostenibilità del prelievo».

In sintesi «le otto regioni che hanno fornito i dati di capi abbattuti nella stagione 2014-2015 hanno una superficie complessiva pari a 135014 km2 che corrisponde al 44,80% della superficie nazionale.  

In queste otto regioni risultano abbattuti 1.862.534 individui appartenenti a 34 specie ornitiche.  

Altri 95.256 uccelli sono stati abbattuti da cacciatori residenti in Puglia ed Emilia Romagna al di fuori della propria regione, ma i dati forniti non permettono di estrapolare in quale territorio regionale tali abbattimenti abbiano avuto luogo.  

Considerando questi abbattimenti extraregionali il totale di capi abbattuti nella stagione venatoria 2014-2015 e comunicati con i tesserini venatori è pari a 1.957.790 uccelli», con un totale di 34 specie cacciate, mentre tra le otto regioni quella dove sono stati abbattuti più uccelli è la Puglia (744.724), seguita da lontano da Emilia Romagna (376.632) e dal Lazio (258.228).

Poi ci sono  Sicilia (184.683); Friuli Venezia Giulia (171.294); Piemonte (75.576); Campania (51.306) – con dati che per alcune regioni ad alto tasso di bracconaggio che sembrano sottostimati  – chiude la Valle d’Aosta con soli 91 esemplari uccisi.

Il rapporto Ispra dice che le specie più cacciate nelle 8 regioni  risultano: il Tordo bottaccio (309.103 capi abbattuti), Allodola (159.183), Merlo (152.520), Fagiano (151.062), Colombaccio (146.945) e aggiunge: «Benché esistano delle differenze a livello di singole regioni (p.es. in Piemonte il Fagiano è la specie più cacciata mentre in Sicilia la prima specie è il Colombaccio).  

Si noti che il numero dei capi abbattuti di Tordo bottaccio nelle regioni considerate è sicuramente ancora più elevato del valore riportato sopra, in quanto in Puglia sono stati abbattuti 655.937 individui classificati genericamente come tordi tra i quali gli esemplari di Tordo bottaccio costituiscono molto probabilmente la stragrande maggioranza».

Per quanto riguarda il metodo di prelievo, «le specie sono state cacciate esclusivamente in forma vagante in Valle d’Aosta, Lazio e Sicilia.  

In Puglia il metodo è variato tra le specie: Tortora, Allodola, Merlo, Anatidi, Rallidi, Trampolieri e Tordo (appostamento); Beccaccia e Quaglia (vagante).  

In Emilia Romagna, ad eccezione di Beccaccia e Beccaccino, che sono stati cacciati esclusivamente in forma 8 vagante, per le altre specie sono stati adottati entrambi i metodi di prelievo.  

Per il Friuli Venezia Giulia, viene riportato il metodo (vagante o da appostamento) utilizzato nelle varie decadi della stagione venatoria limitando tuttavia il dato esclusivamente alla fauna migratoria presa complessivamente, senza riportare informazioni sule singole specie.  

Le Regioni Campania e Piemonte non hanno fornito informazioni circa il metodo di prelievo impiegato per le diverse specie.  

Sono disponibili dati sullo sforzo di caccia (giornate/cacciatore) solo per Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Puglia e Sicilia, anche se non è stata esplicitata la modalità utilizzata per calcolarlo e il dato non risulta uniforme per tutte le Regioni interessate».

Quello che risalta è soprattutto la mancanza e la frammentarietà dei dati di un’attività che dovrebbe essere strettamente controllata, perché, come fa notare l’Ispra, «la raccolta ed analisi di dati di dettaglio circa il prelievo venatorio sulle specie ornitiche tutelate dalla Direttiva Uccelli, oltre a rispondere a specifici obblighi comunitari, rappresenta un elemento essenziale per una corretta gestione delle specie oggetto di caccia».

Invece l’indagine evidenzia «il sussistere di significative problematiche nell’acquisizione, organizzazione e conseguente elaborazione delle informazioni, in parte legate alle modalità di trasmissione e alla disomogeneità del formato dei dati trasmessi.  

Sia a causa della limitata copertura dei dati forniti, sia della disomogeneità nel formato dei dati trasmessi, si sottolinea che i dati acquisiti ad oggi per la stagione venatoria 2014-2015, relativi a poco meno della metà del territorio nazionale, non permettono di effettuare analisi sufficientemente robuste del prelievo venatorio realizzato nel nostro Paese, che assicurino una valutazione dell’influenza dei metodi e dei tassi di prelievo sulle popolazioni selvatiche adeguata a permettere un una più corretta gestione delle specie ornitiche, soprattutto per quelle caratterizzate da un cattivo stato di conservazione.

Inoltre, in molti casi non è stato trasmesso il dato relativo allo sforzo di caccia e, per le Regioni per le quali tale informazione è disponibile, si riscontra una mancanza di uniformità».

Eppure si tratta di un’informazione fondamentale per poter fare analisi attendibili sull’andamento temporale e la distribuzione degli abbattimenti in Italia e poter quindi utilizzare queste informazioni per verificare l’andamento delle popolazioni nell’arco della stagione venatoria e negli anni.  Inoltre alcune regioni non hanno fornito i dati di abbattimento scorporati per le singole specie, ma accorpandoli in gruppi di appartenenza.

«Ciò non consente di valutare l’entità del prelievo sulle singole specie  – sottolinea l’Ispra – e quindi di definire le più opportune misure gestionali, commisurate alle effettive esigenze specie-specifiche».

A questo si aggiunge che se cacciatore caccia fuori regione, «le Amministrazioni non prevedono all’interno dei tesserini venatori la possibilità di indicare il territorio extra-regionale in cui il prelievo viene effettuato.  

Al fine di monitorare l’effettivo andamento dei prelievi venatori in ambito nazionale sarebbe utile poter disporre di informazioni geografiche dettagliate (Provincia ed eventualmente istituto di gestione) anche per il prelievo effettuato fuori regione».

Insomma, un disastro fatto di dati del tutto mancanti per 12 Regioni e non omogenei  e non  utilizzabili direttamente per le 8 Regioni che hanno risposto.

Eppure «negli anni passati Ispra ha messo a punto e fornito alle Regioni un database in formato Access il cui impiego consentirebbe di uniformare l’acquisizione, l’archiviazione e l’elaborazione delle informazioni relative al prelievo venatorio delle specie ornitiche su scala nazionale, assicurando così una più esaustiva rendicontazione, come previsto dalla Direttiva 2009/147/CE».

Il rapporto conclude che «la realizzazione di una banca dati centralizzata, e accessibile online da parte di tutti i soggetti coinvolti, finalizzata alla condivisione dei dati disponibili e necessari all’implementazione delle politiche di conservazione previste dalla Direttiva 2009/147/CE, possa rappresentare lo strumento più idoneo al fine di risolvere le criticità riscontrate».

 

(Articolo pubblicato con questo titolo il 1 agosto 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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