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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Il governo vuole privatizzare l’acqua: addio referendum

14/03/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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L'acqua non si vende

Quanto contano i 26 milioni di italiani che nel lontano giugno del 2011 votarono “sì” ai due referendum sull’acqua pubblica?

Poco o niente.

Da pochi giorni questa è non solo la realtà, ma anche la risposta ufficiale del governo Renzi: la gestione dei servizi idrici non deve essere pubblica, ma di mercato.

Al di là di ogni altra considerazione, non un buon viatico per il referendum sulle trivelle che si celebra ad aprile. Ecco la storia dell’acqua.

Dalle urne al no di Renzi in quasi cinque anni

Nel 2011 i cittadini italiani dissero che andava abrogato il decreto Ronchi, che obbligava gli enti locali a mettere a gara anche la distribuzione dell’acqua nelle case, e che andava cancellata la voce della bolletta che garantiva “adeguata remunerazione del capitale investito dai gestori”.

Gli italiani dissero in sostanza che quel servizio non andava messo sul mercato, ma gestito dal pubblico senza fini di lucro.

In quasi cinque anni quel referendum non ha avuto alcun esito: le bollette sono cambiate solo in superficie e non esiste una legge che obblighi i Comuni a “ripubblicizzare” il servizio.

Ora però, alla Camera, hanno cominciato a discutere un ddl di iniziativa popolare che risale al 2007: lo presentarono i movimenti per l’acqua pubblica e in questa legislatura “aggiustato” da un intergruppo parlamentare in cui figurano deputati di Pd, Sel e Movimento 5 Stelle, partiti che appoggiarono il referendum.

Federica Daga (M5S) è la prima firmataria di una legge che qualifica l’acqua come “diritto umano” e, come tale, garantisce a tutti una fornitura minima di 50 litri al giorno pagata, se serve, dalla fiscalità generale.

Il cuore del ddl è l’articolo 6: prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico pienamente controllati dallo Stato (niente Spa pubblico-privato), gli enti hanno un anno per adeguarsi.

Il problema è che la legge, ora che si comincia a votare per portarla in Aula, a qualcuno non va più bene: martedì 8 marzo i resoconti di Montecitorio danno conto dell’esistenza di due emendamenti di Enrico Borghi e Piergiorgio Carrescia (deputati Pd come gli altri firmatari che chiedono di “sopprimere i mere” l’articolo 6, cioè il cuore della legge.

Il 9 marzo, poi, il relatore Massimiliano Manfredi (Pd) “esprime parere favorevole sugli identici emendamenti Borghi e Carrescia”.

La sottosegretaria Silvia Velo, a nome del governo, “concorda”.

L’esecutivo, insomma, vuole cancellare l’articolo centrale della legge, quello che invera la volontà di 26 milioni di italiani (oltre la metà degli aventi diritto): martedì è il giorno della verità in commissione.

Il problema della legge: coperture poco serie

Va detto che il ddl Daga non è senza macchie.

Il punto più critico è l’articolo 12, dove si parla di soldi (che pure servono per cacciare i privati e mettere a posto la rete).

Sono nero su bianco coperture da anime belle : 1 miliardo l’anno dagli F35; risparmi dell’evasione fiscale (2 miliardi); aumento della tassa sulle transazioni finanziarie e un paio di tasse di scopo su prodotti inquinanti.

Quanto al “Fondo nazionale per la ripubblicizzazione” cioè i soldi da dare subito ai privati per cacciarli si citano anticipazioni di Cassa depositi e prestiti non quantificate.

Questa vaghezza ha spinto anche il Servizio Studi della Camera a chiedere correttivi e “norme coerenti coi principi di contabilità pubblica”.

Il problema vero, in termini di fondi, sono gli investimenti sulla rete: in generale quella italiana ha un tasso di dispersione del 37%, mancano impianti di depurazione e fognari, si fa poca manutenzione.

L’Autorità per l’energia ha calcolato i soldi necessari in 65 miliardi in 30 anni, ovviamente con spese più ingenti all’inizio.

Dentro il modello economico Ue, però, l’Italia non può fare investimenti così importanti.

Per questo si “vende” l’acqua ai privati, che poi però gli investimenti non li fanno: secondo lo stesso governo, dal 2006 i privati hanno pagato solo l’11% dei fondi investiti nel settore idrico, il resto sono soldi pubblici.

Pure il caso di Napoli, unica grande città ad aver rispettato l’esito del referendum, non propaganda le virtù del mercato: la società Abc ha chiuso il 2015 in utile per 8 milioni nonostante tariffe tra le più basse d’Italia (ora però ha il problema che la Regione di De Luca ha fatto una pessima legge sul settore idrico).

I piani di Palazzo Chigi e la truffa del diritto Ue

L’appoggio del governo alla cancellazione della volontà popolare è un fatto nuovo, ma non inimmaginabile dati i precedenti.

La stessa responsabile “acqua” del ministero dell’Ambiente, Gaia Checcucci, ha sostenuto a Presadiretta che “il referendum ha abrogato il decreto Ronchi e ora è quindi in vigore il quadro normativo comunitario, che consente dunque la gestione privata, mista o pubblica”.

Insomma, come se in 26 milioni non avessero parlato.

Nella pratica, Renzi lavora contro il referendum fin dallo “Sblocca Italia” del 2014, che indica l’obiettivo della sua azione nella concentrazione dei servizi pubblici locali nelle mani di poche grandi multiutility capaci di competere all’estero.

A livello normativo, tra l’altro, la cosa viene incentivata grazie alla previsione che “gestore unico” (obbligatorio per ogni ambito territoriale) divenga chi ha già in mano il servizio “per almeno il 25 % della popolazione” (ridono A2A, Iren, Hera, Acea, etc).

Si passa poi alla Legge di Stabilità che incentiva i Comuni a privatizzare i servizi pubblici a rete (acqua inclusa) attraverso sconti sul Patto di Stabilità interno.

Ora un decreto attuativo della riforma Madia della P.A. oltre a spingere sulle solite fusioni in poche grandi realtà cancella anche l’altro referendum, quello sulla tariffa: si dovrà tener conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”.

E tanti saluti ai 26 milioni.

(Articolo di Marco Palombi, pubblicato con questo titolo il 13 marzo 2016 su “Il Fatto Quotidiano”)

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