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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

In 20 anni scomparso il 10% delle aree naturali della Terra

12/09/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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terre-naturali-perse-1

La Wildlife Conservation Society (Wcs) ha rilanciato al World conservatin congress dell’Iucn, che termina domani alle Hawaii,  lo studio  “Catastrophic Declines in Wilderness Areas Undermine Global Environment Targets”, pubblicato su  Current Biology, dal quale emerge una clossale erosine delle aree selvatiche di tutto il l mondo negli ultimi 20 anni.

Il team di ricercatori australia, statunitensi e canadesi  dice che lo studio dimostra che le allarmanti perdite che la natura ha subito dagli anni  ’90 natura riguardano un decimo del wilderness globale: un’area grande il doppio dell’Alaska e la metà del bacino del Rio delle Amazzoni.

Le aree più colpite sono l’Amazzonia e l’Africa centrale sono stati più colpiti.

Secondo i ricercatori, «i risultati sottolineano il bisogno immediato di politiche internazionali che riconoscano il valore delle aree naturali , per affrontare le minacce senza precedenti che abbiamo di fronte».

James Watson dell’Università australiana del Queensland  e della Wcs, evidenzia che «aree wilderness importanti a livello globale –  nonostante siano roccaforti per la biodiversità in via di estinzione, e siano importanti per il buffering e la regolamentazione climatica locale e per  sostenere molte delle comunità più politicamente ed economicamente emarginate del mondo –  sono completamente ignorati nella politica ambientale. 

Senza nessuna politica per proteggere queste aree, che sono vittime di sviluppo diffuso. 

I meccanismi politici internazionali devono riconoscere le azioni necessarie per mantenere le aree wilderness, prima che sia troppo tardi.  

Probabilmente abbiamo uno o due decenni per poterlo risolvere».

Watson dice  che «da tempo gran parte del l’attenzione è stata rivolta alla perdita di specie, ma si conosce relativamente poco sulle perdite su larga scala di interi ecosistemi, in particolare nelle  aree naturali che tendono ad essere relativamente poco studiate». 

Per colmare questa lacuna, i ricercatori hanno mappato le aree naturali in tutto il mondo, definendo come “wilderness”  i territori biologicamente ed ecologicamente intatti, liberi da qualsiasi disturbo antropico significativo. 

I ricercatori hanno poi confrontato il loro mappa wilderness  con quella delle are naturali redatta con gli stessi metodi nei primi anni ‘90.

Dal confronto è emerso che  nel mondo restano  30,1 milioni di km2 (circa il 20% della superficie del pianeta) sono ancora selvaggi, con la maggioranza di queste wilderness  in Nord America, Asia settentrionale, Nord Africa e Oceania Tuttavia, il confronto tra le due mappe dimostra che circa 3,3 milioni di km22 (quasi il 10%) delle aree  wilderness è scomparsa. 

Queste  perdite si sono verificate  principalmente in Sud America, che ha registrato un calo del 30% di aree selvagge, , e in Africa, che ha subito una perdita del 14%.

Oscar Venter dell’università della Northern British Colombia, dice che «la quantità di perdita wilderness in soli due decenni è sconcertante. 

Dobbiamo riconoscere che le aree naturali, che abbiamo scioccamente considerato de facto protette a causa della loro grande distanza, in realtà vengono  drammaticamente perdute in tutto il mondo.  

Senza interventi globali proattivi potremmo perdere gli ultimi gioielli della corona della natura.  

Non è possibile ripristinare wilderness,  una volta che è scomparsa, i processi ecologici  che sono alla base di questi ecosistemi sono andati e  non ritorneranno mai allo stato in cui erano.  

L’unica opzione è quella di proteggere  in modo proattivo ciò che resta».

Watson è convinto che «l’Onu e altri hanno ignorato a livello globale  significative aree naturali chiave negli  accordi ambientali multilaterali e questo deve cambiare» e conclude: «Se non agiamo subito, non ci saranno solo che piccoli resti di natura selvaggia in tutto il pianeta, e questo è un disastro per la conservazione, per il cambiamento climatico e per alcune delle comunità umane più vulnerabili del pianeta. Abbiamo il dovere di agire per i nostri figli e i loro figli».

(Articolo pubblicato con questo titolo il 9 settembre 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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