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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

In morte di una centrale

03/06/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Centrale di Montalto di Castro

Alla maggior parte degli Italiani il nome “Montalto di Castro” dice poco; alcuni hanno notato, andando veloci lungo la linea ferroviaria Roma-Genova, questo nome sul muro di una stazione; i più curiosi, guardando fuori dal finestrino, dalla parte del mare, avranno visto in lontananza quattro grossi edifici con un grande, alto camino: una centrale elettrica che, negli anni ottanta del secolo scorso, è stata al centro di vivaci polemiche ecologiche.

A dire la verità le centrali di Montalto di Castro sono state due, una nucleare che non è mai stata neanche completata, e quella a olio combustibile che ha funzionato pochi anni e oggi è chiusa.

Dopo la grande crisi del 1973, quando il prezzo del petrolio aumentò di dieci volte in pochi anni, il governo italiano avviò dei piani energetici che prevedevano la costruzione di numerose centrali nucleari distribuite in varie parti d’Italia.

Cominciò una vivace contestazione antinucleari e rimase in piedi soltanto il progetto di una centrale nucleare da 2000 megawatt, del tipo ad acqua bollente simile a quella che era in funzione a Caorso (Cremona), da localizzare nel Lazio, quasi al confine con la Toscana, in una pianura occupata da campi coltivati, vicino al mare.

Un progetto nato sotto una cattiva stella perché nel 1979 si verificò negli Stati Uniti il primo grave incidente alla centrale nucleare di Three Mile Island, con fusione del nocciolo contenente l’uranio, il plutonio e gli elementi radioattivi formatisi nel processo.

Furono avviate inchieste sulla sicurezza nucleare e, nonostante le proteste e i dubbi, il governo italiano decise di iniziare ugualmente la costruzione della centrale di Montalto.

Sfortunata davvero, perché nel 1986 si verificò l’altro gravissimo incidente nucleare alla centrale ucraina di Chernobyl.

Grande spavento, altre commissioni, altre inchieste parlamentari, in Italia un referendum bocciò la scelta nucleare e nel 1989 fu deciso di abbandonare a metà la costruzione della centrale di Montalto.

Fra opere già fatte, fra risarcimento di danni per i contratti in corso, eccetera, il tutto è costato ai cittadini italiani l’equivalente di alcuni miliardi di euro attuali.

Come se non bastasse, sulla base di previsioni errate dei consumi di elettricità, nel 1990 nella stessa località è stata iniziata la costruzione di un’altra centrale, questa volta alimentata ad olio combustibile, con una potenza quasi doppia di quella della defunta centrale nucleare.

La centrale, dell’ente elettrico statale, è entrata in funzione nel 1992, ma nel frattempo, grazie ai lauti incentivi dello stesso stato, sono stati costruiti moltissimi impianti che producono la stessa elettricità dal Sole, dal vento e anche dai rifiuti.

L’Italia è così venuta a disporre di elettricità in quantità molto superiore a quella richiesta per cui i governi hanno deciso di chiudere le proprie centrali termoelettriche più vecchie, ma anche quella recentissima di Montalto.

In tale centrale la produzione di elettricità è scesa, fra il 2004 e il 2006, cioè dopo appena una dozzina di anni di vita, a 12 miliardi di chilowattore all’anno (la metà di quella possibile) ed è continuata a diminuire fino alla chiusura, nel 2011, dopo appena diciannove anni.

La centrale di Montalto è ora un rudere che attende una qualche utilizzazione.

Qualcuno parla di farne un grande inceneritore di rifiuti, altri di utilizzare lo spazio per il famoso deposito delle scorie nucleari, circa 100 mila tonnellate di materiali radioattivi e pericolosi sparsi per l’Italia, uno scottante problema da decenni irrisolto.

Intanto la centrale è la, nella pianura, ferma.

Ogni volta che muore una fabbrica, anche se era sbagliata, anche se per anni i suoi fumi hanno contribuito ai mutamenti climatici, dovrebbe essere un lutto nazionale.

Erano belle e grandi caldaie e turbine, costate acciaio e lavoro, erano grandi strutture di cemento costruite da centinaia di lavoratori, in cui erano impiegati centinaia di tecnici e operai.

Una fabbrica che chiude è occupazione perduta, sono famiglie che perdono un reddito, ma soprattutto porta con se speranze deluse.

Le imprese non perdono mai i soldi, sanno a chi fare pagare i loro errori, i manager escono di scena sempre con lauti premi.

È il paese che rimane impoverito e ferito e deluso.

Nel caso di Montalto di Castro siamo poi di fronte a dolori e sprechi che potevano essere evitati.

Si sapeva che la centrale nucleare era una scelta sbagliata, lo aveva denunciato il movimento antinucleare; anche la costruzione di una così grande centrale termoelettrica era in contraddizione con la scelta governativa di incentivare la produzione di elettricità da fonti rinnovabili.

Per evitare futuri errori e sprechi sarà bene che la politica energetica ed industriale prenda decisioni non sotto la pressione di miopi interessi finanziari, ma precedute da corrette analisi e previsioni di che cosa il paese ha realmente bisogno, come è opportuno soddisfare queste necessità e con processi che assicurino duraturi posti di lavoro.

Magari ascoltando anche un poco le voci critiche.

Il lavoro deriva dalla produzione di merci, industriali e agricole, e da servizi, i quali richiedono anch’essi sempre “cose” materiali.

Le merci e i servizi non sono tutti uguali; alcuni inquinano l’ambiente, altri fanno male alla salute, e la storia mostra che spesso i processi inquinanti e nocivi dopo poco devono essere abbandonati lasciandosi alle spalle terre desolate e dolore.

 

(Articolo di Giorgio Nebbia, pubblicato con questo titolo il 30 maggio 2016 su “Eddyburg”)

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