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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Ispra, il Pil va giù ma tornano a crescere i rifiuti speciali in Italia

11/07/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Rifiuti speciali in Italia

Mentre il Pil scivolava di un -0,4% e le emissioni di gas serra proseguivano la loro discesa (-20% al 2014 rispetto al 1990, per poi tornare bruscamente a salire nel 2015), dopo anni di calo in Italia è tornata a crescere sia la produzione di rifiuti urbani sia quella di rifiuti speciali: +83mila tonnellate i primi, +6,1 milioni di tonnellate i secondi.

È proprio questo l’ultimo tassello del puzzle, reso noto oggi dall’Ispra con la pubblicazione del Rapporto rifiuti speciali – edizione 2016, con dati riferiti all’annualità 2014.

«I rifiuti speciali prodotti in Italia – sottolinea l’Ispra – sono oltre quattro volte superiori a quelli urbani», anche se nel nostro Paese l’attenzione pubblica e mediatica è concentrata tutta sui secondi.

Nello specifico, nel 2014 sono stati prodotte 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, a fronte di circa 130,6 milioni di tonnellate di speciali (erano 124,4 nel 2013, +6,2%), suddivisi in 121,7 milioni di tonnellate di non pericolosi e 8,8 di pericolosi.

Guardando a tutti i rifiuti, complessivamente tra 2013 e 2014 si registra «un consistente aumento nella produzione totale», pari al +5%.

A cosa è imputabile l’incremento degli speciali?

Secondo Ispra i rifiuti speciali pericolosi  «si mantengono sostanzialmente stabili (+0,3%)», mentre la «crescita è imputabile prevalentemente ai rifiuti speciali non pericolosi da operazioni di costruzione e demolizione e da quelli derivanti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue».

Valutazioni che mal s’incrociano con quelle elaborate dall’Osservatorio Ance (Associazione nazionale costruttori edili), secondo il quale «nel 2014, per il settimo anno consecutivo, il settore delle costruzioni è stato caratterizzato da una forte crisi, sia nella componente privata che in quella pubblica».

Ma tant’è.

I rifiuti speciali rappresentano l’altra faccia della produzione di beni e servizi in Italia, come i rifiuti urbani sono lo specchio dei nostri consumi.

Nonostante rappresentino un indicatore prezioso, dei rifiuti speciali – e ancor più dei flussi di materia che attraversano la nostra economia – sappiamo pochissimo, e non ci stanchiamo di ripetere l’osservazione espressa al proposito dal presidente Ispra Bernardo de Bernardinis, secondo il quale «la certezza dell’informazione nel nostro Paese è un’utopia».

Una realtà a cui non è possibile rassegnarsi.

Per quanto frutto di stime, il rapporto Ispra rimane ad oggi la migliore approssimazione disponibile nel descrivere il vasto mondo dei rifiuti speciali in Italia.

Visto attraverso questa lente, risulta che la produzione di rifiuti speciali sia imputabile in larga maggioranza ai settori delle costruzioni e demolizioni (39,7%), a cui seguono le attività legate al trattamento dei rifiuti e al risanamento ambientale (27,4%) – anche riciclare e bonificare, difatti, comporta la produzione di nuovi rifiuti – e il settore manifatturiero (20,5%).

Analizzando i soli rifiuti speciali pericolosi, invece, questi risultano prodotti soprattutto dal settore manifatturiero (39%), seguito dal trattamento dei rifiuti e attività di risanamento ambientale (29,9%) e dal settore dei servizi, del commercio e del trasporto (20,7%).

In particolare, nell’ambito del comparto manifatturiero, il 27% circa (935 mila tonnellate) proviene dal settore della metallurgia.

Quando, intelligentemente, le istituzioni nazionali – seguendo l’input europeo – dichiarano di voler incrementare entro il 2020 la percentuale del Pil italiano attribuibile alla manifattura per portarla al 20% (oggi siamo attorno al 15%), è necessario dunque ricordare che questo comporterà un aumento dei rifiuti speciali prodotti, e con essi la necessità di impianti adeguati a trattarli sul territorio.

Che fine fanno tutti questi rifiuti?

Secondo l’Ispra «il recupero di materia da rifiuti speciali si conferma la forma di gestione più utilizzata (62,4%), nonostante la diminuzione nel 2014 (-737 mila tonnellate)», a riprova della storica capacità insita nell’industria italiana di reimmettere autonomamente nei propri cicli produttivi quegli scarti con un valore di mercato.

Si registra invece «una lieve diminuzione nell’utilizzo dei rifiuti speciali per produrre energia (-4,7% rispetto al 2013)», con 2,1 milioni di tonnellate avviate a recupero energetico.

Cresce invece il “semplice” incenerimento (senza recupero energetico), coinvolgendo 1,4 milioni di tonnellate, con +540 mila tonnellate rispetto al 2013: «Gli impianti di incenerimento in esercizio nel 2014, che hanno trattato rifiuti speciali, sono stati 85, di cui 43 destinati principalmente al trattamento di rifiuti urbani».

51 impianti sono localizzati nel Nord Italia, 11 al Centro e 23 al Sud.

Infine, diminuisce il numero delle discariche  operative che hanno smaltito rifiuti speciali, passando «da 404 del 2013 a 392 del 2014», 228 dei quali sono individuati nel Nord Italia, 58 al Centro e 106 al Sud.

Nonostante diminuisca il numero di discariche, cresce «la quantità smaltita a livello nazionale: 11,4 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, con un aumento di 460 mila tonnellate rispetto al 2013, pari a +4,2%».

Peculiare la situazione della Campania, che nell’anno 2014 «non smaltisce rifiuti speciali in discarica a causa dell’assenza sul territorio di discariche autorizzate allo smaltimento di tale tipologia di rifiuti che vengono, quindi, trattati fuori regione o all’estero».

È infatti rilevante la fetta di rifiuti speciali che attraversa, in un senso o nell’altro, il confine italiano.

Nel 2014 secondo Ispra è aumentata la quantità importata (6,2 milioni di tonnellate, +7,6%) e diminuita quella esportata (-4,7% in un anno, da 3,4 a 3,2 milioni di tonnellate).

Dall’Italia, le destinazioni predilette rimangono «Germania, Cina e Grecia. Degli oltre 3 milioni di tonnellate, 889 mila vanno in Germania (il 27,7%) e sono prevalentemente pericolosi», diretti – dietro lauto compenso – verso «le miniere di sale e in particolare quella di Stetten in Baviera, nella quale i rifiuti vengono utilizzati per la messa in sicurezza delle cavità a seguito dell’attività estrattiva».

Esemplare da questo punto di vista il caso, ormai emblematico, dell’amianto.

In questo caso nel 2014 «la quantità prodotta è pari a 340 mila tonnellate», un trend che appare in forte diminuzione rispetto al 2013 (-36%): «Tale dato farebbe pensare ad una diminuzione delle demolizioni di strutture contenenti amianto, ma non si è in grado di affermarlo con certezza dal momento che non esiste un censimento delle strutture contenenti amianto».

Quel che rimane certo è che sono almeno 156mila le tonnellate d’amianto esportate nel 2014 fuori dall’Italia, tutte dirette con gravi costi per il contribuente in Germania, dove sono smaltite nelle miniere dismesse.

All’interno dei patri confini «i rifiuti contenenti amianto, costituiti prevalentemente da cemento amianto, sono smaltiti in discarica, all’interno di celle ad hoc, in 22 impianti nazionali».

Impianti che sono del tutto insufficienti alle necessità italiane, come noto da anni senza che nulla cambi.

 

(Articolo di Luca Aterini, pubblicato con questo titolo il 6 luglio 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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