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Rodolfo Bosi
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La bellezza che perdiamo. Lettera da Urbino

17/03/2015
in Archivi, Beni culturali, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Bellezza, affari, arte, corruzione. 

Splendori e miserie dell’Italia minore, spiegata ai tedeschi. 

Un articolo pubblicato l’11 marzo 2015 con questo preambolo su “Sbilanciamoci.info”, scritto per l’edizione tedesca di Le Monde Diplomatique, scritto da Peter Kammerer, sociologo, docente all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”.

Urbino con i suoi 15.000 abitanti appartiene alle “cento città” del centro Italia che ancora oggi formano un tessuto unico nella cultura urbano-paesaggistica del paese. 

Bologna è la grande città più vicina che dista all’incirca tre ore (con i trasporti pubblici). 

Siamo in una profonda provincia quindi, ma in una provincia dall’altissimo livello culturale. 

Dal mio giardino riesco ad ammirare una delle più belle opere del Rinascimento, il Palazzo Ducale. 

Oggi il centro storico della città, dove anticamente il palazzo era il fulcro della vita cittadina, viene affittato a turisti e studenti universitari. 

Chi passeggia nelle vecchie stradine può rendersi conto della mancanza di bambini. 

Passerà sotto un potente platano piantato nel 1799 sotto il quale si trova un asilo infantile gestito da una cooperativa.

I servizi pubblici in Italia, ammesso che siano ancora considerati tali, sono in misura sempre maggiore privatizzati o affidati a cooperative sociali. 

In entrambi i casi si cerca di abbattere i costi ricorrendo a forme di lavoro precario di giovani e meno giovani. 

Le tanto elogiate riforme del mercato del lavoro volute dall’Unione Europea negli ultimi dieci anni hanno moltiplicato le forme di contratti precari così che ad occuparsi di bambini, malati, libri, musei, profughi e spazi verdi sono sempre più persone malpagate e in continuo ricambio. 

Tra questi troviamo sia eroici idealisti che molti ignoranti. 

Il loro lavoro precario provoca un nuovo tipo di alienazione e assomiglia a una tragicomica parodia di quello che Marx definiva il sogno di un’umanità dalle numerose e versatili capacità.

Solo pochi attenti osservatori hanno colto la relazione tra riforme del mercato del lavoro, politiche di austerità, concorrenza al ribasso nelle gare d’appalto pubbliche, impiego sempre maggiore del lavoro precario e degenerazione dell’apparato pubblico. 

Negli ultimi dieci anni si è assistito a un progressivo peggioramento dei servizi pubblici che nel frattempo sono diventati sensibilmente più costosi. 

“Mafia capitale”, il recente scandalo sulla corruzione a Roma, ha messo in luce un sistema in cui la gestione di vari servizi del sociale, in primis l’accoglienza degli immigrati, è stata trasformata in una gigantesca macchina per fare soldi e in un oliato meccanismo di corruzione e spartizione di potere. 

Per questo caso la procura di Roma ha richiesto perfino l’applicazione del reato di associazione mafiosa.

Il ricorso all’utilizzo di tale strumento di accusa avrebbe il compito di facilitare il lavoro dei magistrati, ma dal punto di vista giuridico questa interpretazione resta molto discutibile. 

In maniera analoga, la magistratura di Torino aveva proposto l’applicazione del reato di terrorismo contro i leader delle proteste contro la costruzione della ferrovia ad alta velocità Torino-Lione. 

In questo modo gli accusati, per lo più giovani, avrebbero rischiato fino a 10 anni di prigione, ma per fortuna il tribunale si è opposto a questa strategia repressiva.

Sono le “grandi opere”, spesso inutili, antidemocratiche e perfino antieconomiche, che in Italia come in altri paesi rappresentano la vacca sacra delle politiche di crescita nazionali. 

Alle grandi opere crede la sinistra italiana ormai più della destra. 

Anche ad Urbino dove l’amministrazione locale è stata guidata da una giunta di sinistra per più di cinquant’anni. La costruzione di una strada a scorrimento veloce che ha permesso l’accesso più rapido alla città ha richiesto l’apertura di una costosissima galleria. 

Una soluzione alternativa sarebbe stata l’ampliamento della strada già esistente alla quale in ogni caso la galleria si ricongiunge prima di arrivare in città. 

Questo pezzo finale di strada è rimasto nelle stesse condizioni ormai da dieci anni, tanto che una parte di strada è franata durante una delle abbondanti piogge degli ultimi anni. 

In questo modo, da mesi, gli automobilisti si trovano incolonnati per un cantiere fermo per mancanza di fondi e perdono così quello stesso tempo che hanno risparmiato con la galleria.

Un gioiello di Urbino, l’Oratorio di San Giovanni, doveva essere protetto dalla pressione dell’acqua che scende dalla collina adiacente. 

L’impresa che ha vinto l’appalto abbassando i prezzi è finita poco dopo in bancarotta lasciando sul posto un enorme cantiere. 

A ridosso delle mura della città sorgono ora due grandi centri commerciali. 

Per costruire uno di questi – parcheggio coperto con annesso supermercato e stazione dei bus – è stata letteralmente tagliata una delle colline sulle quali sorge la città per poi essere ricoperta da una colata di cemento nascosta da qualche albero. 

Per costruire il parcheggio sono stati bloccati numerosi canali d’acqua sotterranei che attraversano la collina, i quali con tutta probabilità si faranno rivedere con il prossimo smottamento del terreno. Da circa una decina di anni ogni grande pioggia in Italia causa una vera e propria catastrofe. 

Nel cedimento fisico del territorio si rispecchia la decadenza morale del paese.

La distruzione del territorio prosegue con gli scandali del Mose di Venezia, dell’alta velocità Torino-Lione, dell’Expo di Milano, della costruzione della nuova metro C a Roma (scandalo probabilmente più grande di quello “Mafia capitale”), tutti alimentati dal recente decreto “Sblocca Italia” del governo Renzi per il rilancio delle politiche di crescita. 

Dato che l’Italia non ha un apparato in grado di amministrare responsabilmente le grandi opere pubbliche, Renzi ha deciso di semplificare i processi decisionali e i meccanismi di controllo.

Quando Pasolini visitava le favolose città dell’oriente era solito paragonarle con città italiane quali Venezia e Urbino. 

Quale ruolo possono avere questi luoghi del passato nel mondo contemporaneo? 

Questa domanda esistenziale non si pone soltanto nel caso delle città italiane. 

L’unica soluzione fino ad oggi trovata e più che mai applicata è quella di dare il passato in pasto al presente, cioè al turismo. 

Quasi in una forma di cannibalismo. 

Ovviamente ci sono delle sfumature e varianti. 

La strategia sviluppata ad es. a Urbino in questi ultimi mesi può suscitare qualche interesse.

Dopo le elezioni comunali dello scorso anno, la città ha chiamato come assessore alla cultura Vittorio Sgarbi e negli ultimi mesi sono state organizzate numerose iniziative come non si vedeva da tempo. 

L’attrazione principale è un ritratto di una giovane principessa della famiglia Sforza attribuito a Leonardo da Vinci. 

Il ritratto, disegnato su una pergamena, è stato esposto a Palazzo Ducale. 

L’opera, acquistata inizialmente nel 1998 per 22.000 dollari come lavoro di artista sconosciuto, aumenterebbe il suo valore esponenzialmente qualora venisse riconosciuta la paternità di Leonardo. 

Dopo aver offerto il Palazzo Ducale come cornice espositiva, Sgarbi è entrato decisamente nel dibattito sull’opera essendo assolutamente convinto che l’autore sia Leonardo.

Un’operazione come questa – giocata sul piano del mercato dell’arte e della visibilità mediatica – punta a proporre Urbino come uno dei “centri” del mondo contemporaneo.

Con toni meno enfatici e più sincero anni fa Paolo Volponi, scrittore e poeta originario di Urbino, aveva constatato: “In ogni grande museo del mondo si possono trovare tracce di Urbino”. 

Sgarbi ha mobilitato questo prestigio di Urbino, la sua storia, i suoi miti e i suoi enigmi e porta nella piccola città una cultura degli “eventi” fino ad oggi estranea ad Urbino.

Il mercato dell’arte e l’uso delle esposizioni ai suoi fini è estremamente attraente per attività finanziarie speculative (e anche criminali). 

Gli “eventi” sono diventati un gioco pericoloso della politica culturale, gestito da una tipologia molto particolare di manager del quale Sgarbi è un chiarissimo esempio, con la sua geniale quanto patologica figura di esperto dei mercati dell’arte, di uomo dei talkshow, di avventuriero della politica e della vita pubblica dell’era Berlusconi. 

Uno scrittore come Balzac avrebbe trovato molto eccitante raccontare il personaggio.

Se Urbino ritroverà o meno il successo grazie a lui rimane da vedere. 

Quello che è certo è che ha portato un “vento nuovo” in una città dal fascino addormentato e i visitatori ne sono entusiasti. 

“Vento nuovo” e “rottamare” sono le parole preferite del governo Renzi, un aspetto che unisce la politica di Renzi a quella di Berlusconi, senza soluzione di continuità: il “nuovo” come valore in sè.

Retoriche di questo tipo tendono a nascondere molte altre esperienze che tengono in piedi l’Italia migliore. 

Una, piccolissima, non lontana da Urbino, viene dal piccolo comune di Sant’Ippolito (1500 abitanti) che a dispetto di tutte le misure di austerità continua a permettersi una biblioteca locale. 

In uno degli incontri della biblioteca il priore di Fonte Avellana, monastero nascosto in mezzo all’Appennino, ha commentato il discorso che Papa Francesco il 28 ottobre scorso ha tenuto ai rappresentanti dei movimenti sociali di tutto il mondo. 

La discussione ha riguardato il tema della credibilità delle parole e si concentrava in particolare su due frasi pronunciate dal Papa. 

La prima è un monito: “È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi… Potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto”.

La seconda era rivolta al suo pubblico di attivisti: “Voi avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta”. 

Una vera politica culturale, indivisibile dalla politica sociale, non significa altro che ridare credibilità alle parole e alle immagini.

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