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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

La tutela sotto mobbing

22/01/2016
in Archivi, Beni culturali, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Articolo 9 blog.

Il mobbing è un persistente comportamento aggressivo, di natura psicofisica e verbale messo in atto dal datore di lavoro, o dal ‘capo’, contro un dipendente.

Cioè esattamente quello che Dario Franceschini sta facendo con il personale tecnico-scientifico del suo ministero.

Come altro definire, se non mobbing, l’incomprensibile decisione di tornare – dopo pochi mesi – a riformare radicalmente la struttura centrale e periferica del Ministero, negando e sovvertendo i capisaldi della precedente riforma e gettando nello sconforto e nell’avvilimento le donne e gli uomini che difendono il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione? [vedi https://www.rodolfobosi.it/franceschini-prosegue-la-riforma-del-mibact-e-la-volta-delle-soprintendenze/#more-31516]

A questo giro si sopprimono – con l’assenso inquietante e vergognoso del Consiglio Superiore dei Beni culturali – le soprintendenze archeologiche e la direzione centrale per l’archeologia, e si passa a soprintendenze uniche.

Olistiche, come ama chiamarle qualche ciarliero cialtrone.

Intendiamoci: le soprintendenze uniche potevano avere un senso.

Ma dovevano essere un obiettivo fin dall’inizio: non un aggiustamento maldestro fatto in corso d’opera e a costo zero.

Si dovevano accompagnare a direzioni generali divise per funzione, e dovevano essere guidate a rotazione da funzionari dalla diversa competenza, e non affidate agli evanescenti ectoplasmi interdisciplinari che ora si vagheggiano, e che rischiano di essere i leggendari managers del patrimonio.

Senza contare il vero e proprio caos che questa riforma della riforma provoca mescolando le competenze di soprintendenze, poli museali, segretariati regionali…

Una delle vere ragioni di questa imbarazzante contorsione è recuperare posti dirigenziali per creare altri dieci musei e siti archeologici autonomi.

Carne da valorizzazione, da rimettere presto a bando internazionale: per avere altri dieci fedeli terminali del potere politico.

Con quali conseguenze?

C’è, per esempio, da scommettere che vedremo presto l’Appia Antica consegnata armi e bagagli ad Autostrade.

Si riesce ad intravedere un fine più generale, in tutto questo caos?

Le premesse delle bozze dei decreti dicono ufficialmente che tutto ciò servirebbe a evitare le conseguenze del silenzio assenso: che non è una pestilenza o un terremoto, ma una norma introdotta dallo stesso governo Renzi.

A voce, poi, Franceschini dice che è un modo di arginare i danni della sottomissione delle soprintendenze alle prefetture: che è un’altra mostruosa disposizione della Legge Madia.

Che, invece, il fine sia quello di portare a termine la distruzione dell’apparato della tutela lo dimostra il fatto che ora passano agli istituti della valorizzazione (i musei autonomi) anche gli immobili in cui essi hanno sede: e pazienza se li condividono con le soprintendenze (si veda ad esempio il caso di Villa Giulia a Roma, dove convivono soprintendenza e museo).

E non basta: si impone anche “il trasferimento [ai musei] di uffici, archivi, biblioteche, laboratori, spazi espositivi e depositi dei relativi musei e luoghi della cultura“, fingendo di non sapere che tali strutture sono (erano) comuni a Soprintendenze e musei prima della riforma.

E la Soprintendenza senza laboratori, biblioteche ed archivi, come lavora?

Non lavora: et hoc erat in votis.

Non basta ancora.

Si dispone anche che “con riguardo ai musei, alle aree e ai parchi archeologici, la consegna dei reperti presenti nei depositi e non ancora inventariati può essere differita a non oltre il 31 dicembre 2016, al fine di completare l’inventariazione; decorso tale termine, i beni sono trasferiti ai musei dotati di autonomia speciale o ai poli museali regionali e la relativa attività di inventariazione è svolta da detti istituti in cooperazione con le Soprintendenze competenti“.

Chi ha scritto questa norma davvero non è mai entrato in una soprintendenza o in un museo, e non ne ha mai visto le condizioni. 

Chi potrà mai inventariare e studiare entro il 31 dicembre 2016 le  migliaia di cassette di materiali rinvenienti da scavo?

E con quali risorse?

E questi materiali a cosa servono nei musei? 

Il loro studio e la loro conoscenza servono alle soprintendenze per capire il territorio e costruire le carte del rischio archeologico.

O meglio: servivano…

Sta di fatto che per ritrovare una paragonabile contrazione della tutela si deve tornare alla legge del 1923, che istituiva soprintendenze uniche: un assetto che dette pessimi risultati, e che fu radicalmente rivisto contestualmente alla legge del 1939.

Per trovare, invece, la sottomissione dei soprintendenti ai prefetti bisogna risalire al 1860: cioè al caos immediatamente successivo all’Unità, poi velocemente superato perché fatale per la tutela.

In privato, Dario Franceschini dice che Matteo Renzi sta facendo l’impossibile per distruggere le soprintendenze e la tutela, e che lui invece fa il possibile per resistere, e per salvare le une e l’altra.

Sembra ormai irrilevante capire se la seconda parte del discorso sia vera.

La prima certamente lo è: perché è proprio questo il fine del mobbing, licenziare per sempre la tutela del nostro patrimonio culturale.

(Articolo di Tomaso Montanari, pubblicato con questo titolo sul blog “Articolo 9” del quotidiano “la Repubblica”)

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