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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

L’Accordo di Parigi non manterrà l’aumento delle temperature globali entro i 2 gradi

06/07/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Accordo di Parigi

Secondo lo studio “Paris Agreement climate proposals need a boost to keep warming well below 2 °C” pubblicato su Nature da un team di ricercatori europei, sudafricani, brasiliani, cinesi ed australiani, guidato dagli scienziati dell’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) di Vienna, l’impegno dei singoli Paesi a ridurre le emissioni di gas serra dovrebbero essere rafforzate per «limitare i futuri cambiamenti climatici ben al di sotto del limite dei 2° C compreso nell’Accordo di Parigi».

Infatti lo studio evidenzia che gli impegni presi a Parigi nel dicembre 2015 porterebbero ad aumento della temperatura globale di 2,6 – 3,1° C entro la fine del secolo e che la quantità carbonio che permetterebbe di  limitare il riscaldamento globale mantenendosi al di sotto dei 2° C potrebbe essere emessa già entro il 2030.

Un trend che ci porterebbe sicuramente a sforare il limite massimo del 2° C, per evitare gli effetti più pericolosi dei cambiamenti climatici, ma che soprattutto ci porterebbe a raddoppiare l’obiettivo più ambizioso degli 1,.5° C.

Il principale autore dello studio, Joeri Rogelj dell’IIASA, sottolinea che «l’accordo di Parigi è stato un risultato storico per la risposta del mondo ai cambiamenti climatici, l’obiettivo di limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5° C e 2° C.  

Si mette in atto un quadro flessibile per una trasformazione a lungo termine verso una società low-carbon.  

Ma la nostra analisi dimostra che queste misure devono essere rafforzate, in modo da avere una buona possibilità di mantenere il surriscaldamento ben al di sotto dei 2° C, per non parlare degli 1.5° C».

Il nuovo studio fornisce un’analisi approfondita degli impegni che i Paesi hanno presentato in occasione della COP21 Unfccc di Parigi gli Intended Nationally Determined Contributions (INDCs). 

Accordo di Parigi.2.

Per valutare quel che accadrà dopo il periodo di impegno che si conclude nel 2030, i ricercatori hanno ipotizzato che gli sforzi per la riduzione delle emissioni proseguiranno  con lo stesso impegno dopo il 2030.

Sulla base di queste proiezioni, e utilizzando una varietà di modelli diversi, hanno stimato che «le temperature medie globali dovrebbero raggiungere il 2,6 – 3,1° C entro il 2100».

Ma i ricercatori hanno anche esaminato le ulteriori misure che sarebbe necessario adottare dopo il 2030, per limitare davvero l’aumento della temperatura a 2° C o 1,5 ° C nel 2100.

Un altro dei ricercatori che ha lavorato allo studio, Niklas Höhnedel del New Climate Institute e dell’università di Wageningen, spiega a sua volta: «Per percorrere il resto della strada, dovremmo assumere azioni molto più severe dopo il 2030, il che porterebbe alla riduzione delle emissioni di circa il 3 – 4% all’anno a livello globale.  

Ma in pratica, il passaggio a queste giuste e stringenti riduzioni severe dopo il 2030 sarebbe difficile, e richiederebbe tempo, che significa che per garantire la possibilità arrivare a  questi obiettivi, ci vogliono  ulteriori azioni significative da parte dei Paesi prima del 2030».

Lo studio fornisce anche un’analisi attenta delle incertezze sulle future emissioni e sugli obiettivi per le  temperature. 

All’IIASA evidenziano: «Prima di tutto, le riduzioni delle emissioni degli INDCs rimangono incerte, dal momento che gli stessi INDCs non vengono sempre avviati e che alcuni degli impegni comprendono istruzioni condizionali, per esempio, che un paese implementerà riduzioni ambiziose delle emissioni solo se riceverà finanziamenti da altri». 

Confrontando i possibili livelli di emissione che gli INDCs  potrebbe implicare, i ricercatori hanno scoperto una serie di incertezze che equivalgono a 6 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, circa quanto l’intero ammontare delle missioni del Paese più inquinante del mondo, gli Usa, nel 2012.

«L’altra grande incertezza – aggiungono all’IIASA  – risiede in quanto le temperature aumenteranno in risposta a vari livelli di emissioni.  

Per questo motivo, gli obiettivi di temperatura sono spesso interpretati in termini di probabilità, con l’obiettivo di avere una probabilità del 66% di mantenere la temperatura al di sotto di 2° C rispetto ai livelli pre-industriali». 

Lo studio ha anche riscontrato che gli stessi INDCs  potrebbero evitare solo  un riscaldamento di  2,9 – 3,4° C  con una probabilità del 66% e di 3,5 – 4,2° C con il 90% di possibilità fino al 2100.

Cifre purtroppo lontane dall’evitare il disastro climatico, ambientale e sociale annunciato.

Harald Winkler, un ricercatore dell’Energy Research Centre del Sudafrica, dice che «mentre alcune incertezze, come l’incertezza della risposta delle temperature, sono praticamente irriducibili nei prossimi anni, le incertezze su ciò che gli INDCs aggiungeranno in termini di emissioni non lo sono. il lavoro nel futuro immediato dovrebbe quindi concentrarsi su una migliore comprensione di ciò che significano gli INDCs e come collegarli ad altri obiettivi socio-economici, compresi gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite».

Keywan Riahi, direttore del programma energia dell’IIASA, conclude: «Il nostro studio dimostra chiaramente che gli attuali piani nazionali (INDC) sono troppo incrementali e quindi in contrasto con l’ambizione a lungo termine dall’Accordo di Parigi.  

Se vogliamo continuare ad avere i  2° C a portata di mano, avremo bisogno di cambiamenti molto più rapidi e fondamentali.  

La speranza è che il processo politico post-Parigi sia in grado di farlo».

 

(Articolo pubblicato con questo titolo il 1 luglio 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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