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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

“Le previsioni sono difficili soprattutto se riferite al futuro”

05/03/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Giorgio Nebbia.00

Giorgio Nebbia

L’Università delle Nazioni Unite di Tokyo e altre associazioni scientifiche hanno deciso di proclamare il primo marzo, “Giornata mondiale del futuro”.

Tutte le persone e le società umane si sono sempre interrogate sul “futuro”: che cosa succederà “domani”, “fra un anno”; gli agricoltori si chiedono se pioverà, i negozianti si chiedono se venderanno le loro merci; ogni persona si chiede se sarà ricca, o felice e quanto a lungo vivrà.

La saggezza popolare suggerisce che “il futuro è nelle mani di Dio”, però qualche tentativo di previsioni va fatto non tanto su quello che succederà quanto piuttosto su quello che potrebbe avvenire in futuro, sui futuri possibili e sulle relative conseguenze positive o negative.

A partire dall’Ottocento ogni notizia di qualche nuova invenzione o scoperta scientifica ha stimolato gli scrittori a immaginare quali effetti avrebbero potuto avere “in futuro”, previsioni più meno fondate o affidate alla fantasia ad alimentare la fortunata corrente delle opere di “fantascienza”. Una delle più importanti correnti di studi sul futuro ha riguardato la crescita della popolazione di un paese, un problema che interessa le compagnie di assicurazione e che ha dato vita alla “matematica attuariale”, disciplina che ha avuto famosi docenti anche nell’Università di Bari.

Si è poi visto che le stesse “leggi” che descrivono l’andamento delle popolazioni umane sono in grado di descrivere la nascita, crescita, declino e scomparsa delle popolazioni di tutti gli animali e ne è nata, negli anni trenta del Novecento, una fiorente corrente di “ecologia matematica”, che avrebbe fornito gli strumenti di previsione per i successivi “studi sul futuro”.

A poco a poco alcuni governi hanno cominciato a organizzare degli uffici per decidere le proprie politiche economiche sulla base di previsioni: di quante case o patate o trattori o automobili avrà bisogno il paese ?

Il primo esempio fu offerto dal governo bolscevico che, appena insediato in Russia, organizzò l’ufficio dei piani quinquennali, il Gosplan, il grande centro di studi sul futuro che ispirò simili iniziative negli Stati Uniti e anche ricerche in Italia: Giorgio Mortara, dell’Università Bocconi di Milano, pubblicò, dal 1921 al 1937, quindici volumi, uno all’anno, di “Prospettive economiche”.

Solo con qualche forma di previsione è possibile rendersi conto in tempo dei mutamenti in atto, in modo da correggere le previsioni successive.

Ma una vera attenzione “scientifica” per immaginare il futuro, anzi i futuri possibili, è cominciata dagli anni cinquanta del secolo scorso con la scoperta dell’energia atomica, la tensione fra paesi capitalisti e comunisti, la diffusione delle bombe nucleari, la rapidissima espansione della produzione industriale e dei consumi. In questo periodo il francese Bertrand de Jouvenel (1903-1987), uomo politico ed economista, ha creato un centro di ricerche sul futuro chiamato, appunto, “Futuribles”, futuri possibili, che ha stimolato studiosi di molti paese al punto che gli “studi sul futuro” hanno trovato accoglienza anche in alcune università.

Negli anni settanta il famoso libro I limiti alla crescita del Club di Roma, è stato il più discusso esercizio di analisi del futuro; il libro conteneva delle previsioni, basate su analisi statistiche e matematiche, di quello che avrebbe potuto succedere se fosse continuata la “crescita” della popolazione mondiale, della produzione industriale e dei conseguenti inquinamenti e impoverimento delle risorse naturali, al ritmo che aveva caratterizzato i decenni precedenti.

Il libro prevedeva un peggioramento delle condizioni di vita di un pianeta sovraffollato e suggeriva di ripensare l’ideologia “della crescita”.

Quasi contemporaneamente fu costituita la Federazione Mondiale per gli Studi sul Futuro, presieduta per molti anni dalla più importante scienziata italiana in questo campo, Eleonora Masini, che organizzò la prima conferenza mondiale sul Futuro a Frascati nel 1973 (i preziosi atti sono ormai purtroppo introvabili), e ha insegnato per molti anni “Previsioni sociali” all’Università Gregoriana di Roma.

La distensione internazionale, il miglioramento delle condizioni di vita e degli affari, hanno poi fatto accantonare per anni l’interesse per gli studi sul futuro che sta risorgendo un po’ adesso anche perché i cambiamenti climatici hanno spinto a chiedersi che cosa “può succedere” se continuerà il lento progressivo aumento della temperatura terrestre.

Qualcosa sembra muoversi anche in Italia dove è stato creato da qualche anno a Napoli un “Istituto Italiano per il Futuro”.

A ben pensare ogni governo, ogni impresa dovrebbero cercare di capire le tendenze future dei fenomeni da cui dipendono le loro decisioni; un lavoro difficile perché “esplodono” continuamente nuovi fenomeni imprevisti.

Mezzo secolo fa si prevedeva una rapida crescita della popolazione mondiale; oggi stiamo assistendo, in molti paesi, ad una diminuzione delle nascite, ad un aumento degli anziani, alla necessità di “importare” lavoratori stranieri.

Quaranta anni fa il governo italiano aveva previsto di costruire sessanta centrali nucleari e adesso non ce ne è neanche una.

Le compagnie petrolifere continuano a estrarre petrolio i cui consumi sono rallentati.

Venti anni fa la transizione dal comunismo ad un capitalismo di stato ha trasformato la Cina in un gigante che invade col suo acciaio e i suoi pannelli solari tutto il mondo e costringe alla chiusura le fabbriche europee.

Perché non sono stati capiti in tempo i segni di tali mutamenti ?

A mio modesto parere gli “studi sul futuro” dovrebbero diventare disciplina di insegnamento e oggetto di ricerca in tutte le università; ne trarrebbero vantaggio governi e imprese, nell’insieme tutta la società e anche l’ambiente naturale.

 

(Articolo di Giorgio Nebbia, pubblicato con questo titolo il 1 marzo 2016 sul sito “Eddyburg”)

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