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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

L’elefante nella stanza d’amianto: in Italia mancano impianti e discariche per gestirlo

21/06/2016
in Archivi, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Stanza dell'amianto

A che punto sono, in Italia, le iniziative volte all’effettivo completamento del Piano nazionale amianto, e soprattutto all’avvio delle relative bonifiche?

Una recente interrogazione parlamentare avanzata da Patrizia Terzoni (M5S), alla quale ha risposto Silvia Velo (Pd) – sottosegretario di Stato al ministero dell’Ambiente –, offre il quadro aggiornato della situazione a partire da un drammatico dato di fatto: «Sedici regioni su venti – sottolinea Terzoni – non hanno una discarica per lo smaltimento dell’amianto», e in tutto il Paese le volumetrie necessarie a metterlo in sicurezza sono del tutto insufficienti dato che i comuni italiani «sono 8 mila e, purtroppo, l’amianto è presente in tutti gli 8 mila comuni».

L’amianto è un minerale presente in natura il cui derivato tristemente più noto è il fibrocemento, ampiamente conosciuto come “eternit”.

L’Italia in passato è stata tra i leader nell’industria dell’amianto, e ne paga ancora oggi salate conseguenze.

Nonostante dal 1992 ne sia vietata la produzione come l’importazione, ogni anno in Italia muoiono circa 4.000 persone per malattie asbesto correlate, con oltre 15.000 casi di mesotelioma maligno diagnosticato dal 1993 al 2008 (dati Inail).

Questo perché, nonostante tutto, l’amianto continua ad essere presenza costante nella nostra vita quotidiana.

Si trova negli edifici come nei traghetti, nelle scuole come negli autobus, nei materiali di copertura come – talvolta – anche in asciugacapelli o termos.

In tutto il Paese si stima la presenza di almeno 32-40 milioni di tonnellate di amianto (fonti Cnr-Inail e Ona).

«La mappatura dei siti d’amianto, aggiornata al novembre 2015 – conferma Silvia Velo – fa rilevare oltre 44 mila siti. Attraverso questa mappatura, è stato possibile individuare la presenza di amianto in categoria di rischio elevata (1 e 2) negli istituti scolastici e negli edifici pubblici in generale».

Le criticità non sono ancora mappate con massima precisione (Abruzzo, Calabria, Lazio, Molise, Puglia e Sardegna neanche hanno un “Piano regionale amianto”, previsto entro 180 giorni dalla legge nazionale… del 1992), ma le dimensioni del fenomeno sono ampiamente note.

Come procedono dunque i programmi di finanziamento per gli interventi di bonifica?

In ordine cronologico, ricorda Velo, nel 2001 è stato «previsto uno stanziamento pari a circa 8,9 milioni di euro per la realizzazione di una mappatura completa sul territorio nazionale, nonché per la realizzazione degli interventi di bonifica urgente».

Il recente Collegato ambientale – di cui si attendono i decreti attuativi – attribuisce poi «5,667 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017-2018-2019, alle imprese che effettuino nell’anno 2016 interventi di bonifica da amianto», nonché l’istituzione di un Fondo con dotazione di 17, 9 milioni di euro in tre anni «per la progettazione preliminare e definitiva degli interventi di bonifica di beni contaminati da amianto».

Infine, sono 45 i milioni di euro previsti dalla legge di Stabilità 2015 per ciascuno degli anni 2015-16-17 per la bonifica dei Sin contaminati da amianto; ad oggi, però, a parte Casale Monferrato «nessuno dei soggetti beneficiari ha presentato la documentazione sopracitata per procedere all’erogazione delle risorse».

«Mi rendo conto – commenta dunque Terzoni – che c’è la volontà di questo Governo di provare a risolvere il problema dell’amianto, però, purtroppo, ancora non è tanto».

Oltre alle risorse insufficienti, l’enorme “elefante nella stanza” dell’amianto italiano continua ad essere la mancanza di discariche dedicate ad accogliere in sicurezza quanto bonificato.

«Sedici regioni su venti – ribadisce infatti Terzoni – non hanno affatto una discarica per poter smaltire l’amianto. Queste discariche costano circa 5 milioni di euro l’una: sembra tanto, però se pensiamo che il governo spende 2 miliardi di euro all’anno – quindi, 2 miliardi di euro all’anno – solo unicamente per cure, previdenza, malati e bonifiche in emergenza significa che fare discariche apposta per l’amianto costa molto meno che risolvere, poi, i problemi a seguire».

Si noti qui che si pretendono – come da anni chiedono a livello nazionale anche associazioni ambientaliste come Legambiente – discariche dedicate appositamente a gestire l’amianto italiano, e non semplici moduli in discariche esistenti: in questo caso, come mostra l’Inail, gli impianti esistenti sono pochi di più, ma comunque cronicamente insufficienti.

Tanto che ancora oggi il 75% dei nostri rifiuti contenenti amianto – ricorda proprio Legambiente – finisce nelle discariche fuori dai nostri confini.

«Quindi – osserva Terzoni – bisogna accelerare e concludere più in fretta possibile».   

Se non si risolve, se «non si tampinano regioni e comuni a risolvere problemi […] sembra quasi che ci sia una sorta di accordo tra governo, regioni e comuni per non portare avanti questo problema.  

Questo perché? Perché l’ecomafia è, purtroppo, una realtà italiana che dà un tesoretto di miliardi di euro e sembra che questo non voler affrontare in maniera drastica questo problema sia come quasi aiutare l’ecomafia.  

Questo, onestamente, da un governo io non lo accetto, come non lo accetta nessuno del MoVimento 5 Stelle.  

Anche perché l’ecomafia sta portando avanti una continua gestione dei rifiuti pericolosi o non pericolosi».

Senza bonifiche e discariche autorizzate, il problema amianto non è che scompare.

Semplicemente rimane dov’è, a inquinare come già sta facendo le nostre vite.

 

(Articolo di Luca Aterini pubblicato con questo titolo il 14 giugno 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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