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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

L’Expo 2015 così non ha senso. Finora solo una vetrina dello spreco e della corruzione

22/11/2014
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Immagine.Logo Expo 2015 Articolo di Vandana Shiva pubblicato il 13 novembre 2014 con questo titolo su “Huffington Post”.

  Immagine.Vandana Shiva.0

Vandana Shiva 

Il mondo ha bisogno di una cultura alimentare che si basi su qualità e diversità. 

Soprattutto oggi, in un momento in cui gli alti costi ecologici, sanitari e sociali dell’agricoltura industriale stanno diventando sempre più evidenti. 

La cultura alimentare dell’Italia è ricca e va nella giusta direzione. 

Per questo ho sempre sostenuto il progetto iniziale dell’Expo e ho creduto che il posto giusto per realizzarlo fosse l’Italia. 

In questo paese dove esiste una tradizione alimentare ricca di biodiversità, creatività millenaria e saperi locali si sono sviluppati con grande armonia i temi come il biologico, la filiera corta e la libertà dagli ogm. 

Tutto questo è stato possibile perché la vocazione del mondo rurale italiano trae forza dall’agricoltura familiare e dal concetto che ogni campo si trasforma in un organismo in equilibrio ambientale, capace di alimentare la fertilità del suolo e di chi ne trae nutrimento. 

E da queste radici avrebbe dovuto trarre nutrimento e crescere l’Expo. 

Soprattutto ora che abbiamo montagne di prove scientifiche che eleggono l’agricoltura familiare come l’unica strada per sconfiggere la fame. 

Ad Expo, a discutere di agricoltura e di ambiente, non dobbiamo lasciare solo le multinazionali della chimica e dei semi. 

Entità – come dice anche il mio amico Carlo Petrini – senza volto ma con mille braccia e fortemente impegnate non solo nella difesa dei loro interessi ma anche in una vera e propria campagna di conquista della cultura del Nord del mondo che rischia di fare molti nuovi adepti. 

Expo avrà un senso solo se parteciperà chi s’impegna per la democrazia del cibo, per la tutela della biodiversità, per la difesa degli interessi degli agricoltori e delle loro famiglie e di chi il cibo lo mette in tavola. 

Solo allora Expo avrà un senso che vada oltre a quello di grande vetrina dello spreco o, peggio ancora, occasione per vicende di corruzione e di cementificazione del territorio. 

Sono stata nominata fra gli ambasciatori dell’Expo e ringrazio per l’onore che mi è stato fatto.

Purtroppo però non vedo nei programmi o nei calendari delle iniziative specifici richiami a temi fondamentali: la giustizia e la sovranità alimentare, l’agricoltura familiare, la biodiversità, il dramma dell’erosione genetica e le possibili soluzioni. 

Questa mancanza di chiarezza nel promuovere temi così essenziali sta producendo un vuoto che gli interessi commerciali e finanziari dell’industria biotecnologica rischiano di riempire con una campagna di spot pubblicitari: l’Expo rischia di trasformarsi in una fiera della colonizzazione finanziaria e industriale dei campi piuttosto che un’occasione di risposta alle vere cause della fame. Non intendo in nessun modo sostenere, nemmeno indirettamente, le compagnie biotecnologiche che promuovono tutto ciò che è contrario alla buona nutrizione, non ecologico, insostenibile e che provoca al contempo la distruzione dell’agricoltura familiare. 

Il monopolio e l’illimitata pretesa di guadagno distruggono la sovranità e sostenibilità alimentare. 

L’agricoltura industriale che proviene dagli Stati Uniti fornisce cibo di cattiva qualità e provoca danni alla salute umana, inquina il suolo e danneggia l’ambiente. 

Le compagnie agroindustriali considerano il principio di precauzione, cioè la salute umana, un ostacolo al libero commercio da eliminare. 

Al contrario uno dei principali obiettivi dell’Expo deve essere proprio il rafforzamento della biosicurezza e dei modelli agroecologici. 

Per queste ragioni, come ambasciatrice dell’Expo – aderendo anche all’appello di Carlo Petrini, don Luigi Ciotti e Ermanno Olmi, anche lui ambasciatore dell’Expo – chiedo che sia fatta subito chiarezza sulla promozione dei principi a cui, assieme a tanti altri, sto lavorando da più di trent’anni e che ciò risulti evidente a tutti nell’agenda della manifestazione.

La mia proposta è semplice: affrontiamo a un tavolo il modello di produzione alimentare da mettere in agenda. 

Facciamo entrare le idee dentro Expo e teniamo fuori la cultura del profitto che danneggia le persone e il pianeta. 

Affrontiamo la questione chiave: il modello di produzione del cibo che viene proposto per il futuro è quello industriale basato su ogm e brevetti che finiscono per controllare la filiera alimentare da parte delle multinazionali oppure è quello che promuove la sovranità alimentare basata sulla biodiversità e sui sistemi ecologici, locali e territoriali? 

Questo dibattito ha una portata mondiale e l’Italia è il paese che più legittimamente può proporlo considerando anche le scelte chiare e coraggiose che ha fatto il suo governo sugli ogm. 

Mi rendo perfettamente conto che l’attuale crisi economica in Italia, provocata da Wall Street e dal sistema bancario, ha un impatto sullo stanziamento previsto in origine per l’Expo e che perciò le imprese biotech, in forza della loro capacità finanziaria, tendono a prendere una piattaforma più ampia. 

Ma proprio questa crisi rende ancora più evidente la validità del modello che tanti movimenti contadini propongono da decenni e che sostengo con tutta me stessa perché so essere quello migliore per garantire la salute del pianeta, il diritto al cibo e a un lavoro dignitoso per tutti.

 

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