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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

L’Italia, paradiso fiscale del petrolio

06/04/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Rottamiamo le trivelle

«Dalle dimissioni del ministro Guidi di ieri il tema petrolio e appalti è su tutte le pagine dei giornali per i suoi aspetti di illegalità, ma mi sento di dire, proprio oggi, che è anche il sistema assolutamente legittimo con cui si gestisce il settore estrattivo che è pieno di opacità e di privilegi che fa dell’Italia un paradiso fiscale per le aziende petrolifere.  

Un  sistema che andrebbe riformato facendo pagare il dovuto, valutando i costi delle ricadute ambientali e sulla salute».

È quanto torna oggi a spiegare al tempio di Adriano (Roma) Dante Caserta, vicepresidente del Wwf Italia al convegno “Oltre le trivelle, un mare di risorse”, dettagliando i confini di un Paese – il nostro – che somiglia a un paradiso fiscale in salsa petrolifera.

«In Italia non esiste una  tassazione specifica sulle imprese petrolifere ma solo l’imposta Ires al 27,5% come per tutte le altre aziende.  

Il sistema delle franchigie, delle esenzioni esistente nel nostro Paese (sino a 50mila tonnellate di petrolio e 80 milioni di smc estratte in mare) porta, come il Wwf ha documentato, al bel risultato che le royalty vengano pagate solo per 18 (il 21%) delle 69 concessioni in mare e per 22  delle 133 concessioni attive a terra.  

Solo 8 aziende su 53 pagano le royalty.  

I canoni annui per le attività di trivellazione in terra e in mare vanno da 3,59 euro per Kmq del permesso di prospezione, ai 57,47 euro per Kmq per la concessione (che diventano 86,2 euro solo in caso di proroga).  

Poi ci sono una serie di sussidi; si dà un incentivo pubblico del 40% per le attività di rilevamento geofisico; si incentivano i giacimenti marginali, meno produttivi; si incentiva la conversione a stoccaggio di gas naturale degli impianti in fase avanzata di coltivazione.  

Si potrebbe dire: il rischio di impresa è contenuto, solo l’ambiente è ad alto rischio».

Uno scenario che conferma anche il dossier di Greenpeace “Vecchie spilorce”, pubblicato oggi.

Analizzando i dati presenti sul sito del ministero per lo Sviluppo economico (presieduto dalla dimissionaria Federica Guidi) relativi alla produzione delle piattaforme oggetto del referendum del prossimo 17 aprile, gli ambientalisti notano come ben il 73% delle piattaforme situate entro le 12 miglia marine dalle coste italiane siano oggi non operative, non eroganti o eroghino così poco da non versare neppure un centesimo di royalty alle casse pubbliche.

Nel dettaglio, riportano da Greenpeace, solo 24 piattaforme (di cui una di supporto) operano abitualmente estraendo idrocarburi al di sopra della franchigia: rappresentano appena il 27% delle piattaforme entro le 12 miglia.

Greenpeace ne deduce che è urgente smantellare le altre 64 strutture – alcune vecchie più di 40 anni – che hanno palesemente esaurito il loro ciclo di produzione e che devono essere rimosse prima che il mare e la ruggine provochino cedimenti nella struttura, con il rischio di causare disastri ambientali. 

«È questo il comparto strategico che Renzi e il fronte astensionista difendono?», si domanda con amara ironia  Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e clima di Greenpeace.

Ma il caso italiano non è certo isolato.

Come ricorda oggi la presidente di Legambiente, Rossella Muroni, «quando si parla di petrolio – prosegue Muroni – la posta economica in gioco è altissima: secondo l’ultimo studio del Fondo monetario internazionale nel 2015 i sussidi alle fonti fossili sono stati pari a 5300 miliardi di dollari (10 milioni di dollari al minuto), tanto quanto il 6,5% del Pil mondiale e più della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo.  

Andare a votare il 17 aprile significa dare un segnale sulla politica energetica che vogliamo.  

Questo referendum ha una valenza che va ben oltre il quesito sulla durata delle concessioni di ricerca ed estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia: è una presa di posizione sul futuro e il presente che costruiamo per le persone e i territori.  

Una presa di posizione – politica economica e morale – che lo scandalo lucano e le dimissioni del ministro Guidi rendono ancora più urgente».

 

(Articolo pubblicato con questo titolo il 1 aprile 2016 sul sito “greenreport.it”)

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