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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

L’ultima di Expo: il grande parco promesso non c’è

24/09/2016
in Archivi, edilizia, Governo del territorio, News, Piani territoriali, Urbanistica
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il-fatto-quotidiano-23-9-2016

L’ultima di Expo: il parco promesso non c’è più.

Per anni gli impresari dell’ottimismo che hanno gestito e raccontato l’Expo hanno respinto i gufi che ipotizzavano una speculazione edilizia dicendo: Ma no!

Metà dell’area su cui è stata realizzata l’esposizione universale resterà per sempre a disposizione dei cittadini come grande parco; un’immenso polmone verde di oltre 500 mila metri quadrati.

Dicevano: è vero che sui terreni di Expo dovremo costruire, per rientrare delle spese sostenute per acquistarli.

Ma il cemento occuperà soltanto il 50 per cento, il resto sarà verde.

Ora ci dicono: abbiamo scherzato.

Era anche questa una bugia.

Sarà sì un parco, ma un “parco della scienza, del sapere e dell’innovazione”, che vuol dire un agglomerato di costruzioni, laboratori, facoltà universitarie, aziende, uffici, edifici, case, casette e grattacieli.

Ma niente più Central Park alla milanese: il verde sarà “diffuso”, dicono: cioè spezzettato e ridotto a giardinetti condominiali tra un edificio e l’altro.

È la beffa finale di una storia iniziata nel 2011, quando si consumò il “peccato originale” di Expo: per la prima volta nella storia delle esposizioni universali, l’evento viene realizzato non su terreni pubblici, ma privati.

L’ex sindaco Letizia Moratti e l’ex presidente della Regione Roberto Formigoni scelgono le aree chiuse tra due autostrade, un carcere e un camposanto, di proprietà in gran parte della Fondazione Fiera (allora controllata dai ciellini di Formigoni) e in misura minore dal gruppo Cabassi.

Sono terreni agricoli, valgono 10-20 euro al metro quadrato.

La bacchetta magica dell’Expo li rende pregiati: sono comprati per 142 milioni (circa 150 euro al metro quadro) con soldi pubblici del Comune di Milano e della Regione Lombardia, grandi azionisti di una società fatta apposta, Arexpo.

Le banche ci mettono i soldi veri e fanno partire il tassametro degli interessi.

Poi arrivano ben 2,2 miliardi di soldi pubblici per attrezzare le aree e realizzare l’esposizione.

Per rientrare delle spese, Arexpo nel 2014 mette a gara i terreni per 314 milioni, concedendo di costruire qualcosa come venti Pirelloni.

Ma c’è la crisi e Milano ha già un milione e mezzo di terziario invenduto: nessuno si presenta.

Seguono mesi di smarrimento.

Poi si presenta a Milano Matteo Renzi con l’ideona: facciamoci un centro di ricerca sul genoma (Human Technopole), comandato – chissà perché – da un istituto di Genova.

Un po’ poco (40 mila metri quadri) per riempire 1 milione di metri quadri.

Visto che i privati non la vogliono e che il piano A (quello dei Pirelloni) è saltato, viene confezionato il piano B, tutto innovazione, scienza e tecnologia.

Inizia il bricolage, si aggiungono affannosamente tessere del puzzle per riempire l’area.

S’imbarca nell’avventura l’Università Statale, che invece di ristrutturare le facoltà scientifiche di Città Studi potrebbe risparmiare costruendole nuove sull’area Expo.

Poi si cercano aziende private disposte a piantare lì la loro sede.

Vengono annunciate le disponibilità di Ibm, Nokia, Bayer, Roche.

Chissà.

Per attirare imprese si ipotizza di farne una piccola Irlanda dove non si pagano le tasse.

Si spera nell’arrivo da Londra dell’Agenzia europea del farmaco.

Si dice che il Teatro alla Scala potrebbe spostare lì i suoi magazzini.

Tutto è molto complicato e ancora tutto per aria.

Ci vorranno almeno dieci anni.

Quello che già si sa adesso è che l’unica cosa che era certa non si farà più: il grande parco, solennemente promesso, sarà spezzettato in aree verdi “diffuse”, che poi saranno in parte parcheggi e altri servizi.

Non mantenere le promesse, un tempo, era disonorevole e anche dannoso per i bugiardi.

Oggi la notizia è stata data tra gli applausi beati dei cantori delle magnifiche sorti e progressive della nuova Milano da bere.

 

(Articolo di Gianni Barbacetto, pubblicato con questo titolo il 23 settembre 2016 su “Il Fatto Quotidiano”)

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