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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Non si è dimesso il governo, si è dimesso solo il Capo

14/12/2016
in Archivi, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Rino Formica e Aldo Busi non hanno un granché in comune.

Eppure, mentre il neo presidente del Consiglio Paolo Gentiloni finiva di leggere la lista dei ministri, mi sono venuti in mente tutti e due.

Busi per il titolo di un suo libro – Cazzi e canguri (pochissimi i canguri) -, Formica per il suo più celebre detto, quello per cui “la politica è sangue e merda“.

Epigrafe perfetta per questo governo: pochissimo – tuttavia – il sangue.

Intendiamoci: durante tutta la campagna referendaria mi sono sgolato (insieme a molti altri: come ricordava oggi il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia in una intervista adamantina) a dire che non ci sarebbe dovuto essere alcun nesso tra riforma costituzionale e sorte del governo.

A dire che, in caso di vittoria del No, non avremmo mai chiesto le dimissioni di Renzi: perché era stato un errore (un suo gravissimo errore) mescolare due cose che avrebbero dovuto invece rimanere ben distinte.

Ma ormai era fatta, e il combinato disposto (ci siamo affezionati all’espressione) tra l’alta affluenza e il numero dei No non ha lasciato scampo a Matteo Renzi, che si è autocondannato a recitare il suo copione fino in fondo.

Ma, qua inizia il “ma”, che stasera è esploso in tutta la sua imbarazzante dimensione.

La bestemmia era quella del “governo costituente”: e allora avrebbe dovuto lasciare tutto il governo, che si era impegnato per il Sì come un sol uomo, facendo strame di ogni dignità delle istituzioni.

E invece no: non si è dimesso il governo, si è dimesso il Capo.

E questo certifica, senza possibilità di equivoci, ciò che era evidente da mesi: un partito, un governo, un Paese sono stati inchiodati per mesi dalla incredibile irresponsabilità di un aspirante capo che cercava la consacrazione della folla.

Siamo nel 2016, c’è internet, mandiamo una sonda su Marte, ma la spiegazione dello psicodramma collettivo che abbiamo vissuto è chiusa nell’unico mito che gli psicanalisti di corte delle leopolde e delle televisioni non hanno citato: quello di Narciso.

Ora che Narciso è stato inghiottito dallo stagno nero in cui si specchiava, a noi rimane per l’appunto lo stagno: quello della stagnante politica italiana, in cui siamo ripiombati subito, come per malìa.

E qui entra in scena l’altra faccia di Narciso, quella del politicante da prima Repubblica (senza un briciolo della cultura di un Rino Formica, però).

Che ora si rotola nel fango pur di ottenere che i suoi riescano a tenere un piede nella porta che gli si sta per chiudere in faccia.

E lo fa con il più incredibile disprezzo per quegli stessi 19 milioni di italiani che (a suo stesso dire) l’hanno licenziato: come è possibile che la Boschi sia sempre lì, e in un ruolo chiave?

E l’idea grottesca di Lotti ministro dello Sport?

Una soluzione che avrebbe fatto arrossire un Forlani o un Nicolazzi: evviva la modernizzazione della vita politica!

L’ipocrisia del Gattopardo non serve più: ora nulla cambia, perché nulla cambi.

Per non parlare della disinvoltura con cui mettiamo Angelino Alfano a capo della nostra diplomazia: tanto valeva metterci Lino Banfi, che è anche più noto all’estero.

O del cinismo con cui all’Ambiente viene confermato l’incredibile Galletti, e ai Beni Culturali viene cementato l’eterno autoreggente Dario Franceschini, che ogni giorno fa rimpiangere Sandro Bondi a chiunque sappia cos’è (o meglio cos’era) il patrimonio culturale.

Insomma: la crisi si è aperta perché il governo ha ritenuto di aver subito un’epica sconfitta elettorale, ma si è chiusa con lo stesso governo che prendeva a calci nel sedere ognuno dei 19 milioni di italiani che l’hanno sconfitto.

I più scafati osservatori notano che Gentiloni e il Quirinale sono riusciti a mettere in sicurezza i Servizi, sottraendoli al Giglio Magico.

Può anche darsi che sia vero (tuttavia, in che Paese vivremmo se la partita fosse stata questa?), ma l’unica cosa evidente ai comuni mortali è che l’ondata di sdegno che sta sollevando questo governo “con pochissimo sangue” sortirà un solo risultato: far guadagnare ai 5 Stelle la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

Anche senza Italicum: basta il Gentilonum.

 

(Articolo di Tomaso Montanari, pubblicato con questo titolo il 12 dicembre 2016 sul sito “Huffington Post”)

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