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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Paura e incertezza nelle Filippine dopo l’assassinio di un’attivista anti-carbone

15/07/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Ultimo ambientalista ucciso

La sera del primo luglio, quando è stata uccisa da due killer che poi sono fuggiti in moto, Gloria Capitan era nel suo bar videoke con due nipoti e un anziano cugino.

I suoi amici non hanno dubbi: la Capitan è stata assassinata perché era una dei leader dell’associazione Kilusan che guida la proteste della comunità di Lucanin, una cittadina nella provincia di Bataan, nelle Filippine, contro un piazzale di stoccaggio del carbone e la costruzione di una centrale elettrica.

Ruben Muni, campaigner  clima e energia di Greenpeace Southeast Asia ha detto subito che «questo è un tentativo di mettere a tacere l’opposizione alle operazioni carbonifere nella provincia. E’ stato davvero scioccante per noi tutti. Era una persona davvero appassionata … durante le riunioni ha sempre fatto alcune delle domande più importanti».

L’omicidio di questa attivista 57enne, che i suoi amici chiamavano Ate Glo, è avvenuta mentre tutte le Filippine guardavano dall’altra parte della baia di Manila, dove, tra timori e entusiasmi, il nuovo presidente nazional-populista Rodrigo Duterte si stava ufficialmente insediando al potere.

Ma gli ambientalisti e gli attivisti non devono aspettarsi grandi aiuti da Duterte che ha lanciato una crociata contro il crimine e la corruzione, incoraggiando apertamente l’esecuzione degli spacciatori.

Da quando Duterte ha vinto le elezioni a maggio, la polizia ha risposto con entusiasmo al suo invito uccidendo più di 100 sospetti in alcuni raid e tra questi non ci sarebbero solo delinquenti ma anche elementi politicamente scomodi.

Gli attivisti anticarbone di Lucanin temono che la polizia non stia indagando davvero per trovare i killer della  Capitan e Muni teme che gli autori di questo crimine sfruttino l’ondata di esecuzioni extragiudiziali perpetrate da squadroni della morte.

Non che prima dell’elezione di Duterte la situazione fosse migliore: secondo il recente rapporto “On Dangerous Ground Global Witness”, nel 2015 nelle Filippine sono stati assassinati 33 ambientalisti (88 tra il 201 e il 2015), facendole diventare il secondo Paese più pericoloso del mondo dopo il Brasile per chi difende l’ambiente.

In una lettera/petizione inviata al presidente Duterte, al capo della polizia nazionale Ronald de la Rosa, al presidente della  Commissione filippina dei diritti dell’uomo Chito Gascon e alla segretaria all’ambiente e risorse naturali Regina Lopez, il Philippine Movement for Climate Justice, di cui fa parte la Kilusan, ricordano che «Ate Glo è stata molto attiva nella lotta contro il carbone e ha realizzato una serie di azioni di massa e petizioni che chiedono la chiusura definitiva di un deposito di carbone nel suo villaggio.  

Se questo è un tentativo di mettere a tacere gli altri attivisti anti-carbone come lei, allora si sbagliano.  

Sul terreno in cui è caduto il corpo di Ate Glo, dove è scorso il sangue dal suo corpo, germoglieranno più attivisti anti-carbone e per la giustizia climatica.  

Siamo attivisti e movimenti provenienti da tutti gli angoli del mondo.  

Il sacrificio di Ate Glo rafforza solo ulteriormente la nostra solidarietà e la nostra convinzione che questa minaccia diabolica che è il carbone deve finire.  

Noi persevereremo in questa lotta, per fare in modo che i nostri figli ei figli dei nostri figli saranno liberi dal carbone.  

CI uniamo alle voci che chiedono al governo filippino di avviare immediatamente un’indagine approfondita della sua uccisione e consegnare i responsabili alla giustizia».

Ma Valentino De Guzman, un attivista dello stesso Philippine Movement for Climate Justice ha detto a Climate Home che gli ambientalisti vengono intimiditi o pedinati: «La maggior parte dei progetti di carbone nel Paese sono di proprietà di grandi imprese, di persone influenti che hanno legami  nel governo. E’ per questo che ogni volta che i nostri attivisti anti-carbone diventano importanti, vengono minacciati».

Il movimento ambientalista filippino è in allerta e i potenziali bersagli dei killer non vengono mai lasciati soli.

Le ONG ambientaliste hanno avviato una propria indagine e stanno facendo pressione sulle autorità perché la Capitan abbia giustizia e sembrano almeno aver trovato un’alleata nel nuovo governo: la segretaria all’ambiente Gina Lopez che in una dichiarazione ha detto che «non bisogna lasciare nulla di intentato» per trovare i colpevoli e che «l’uccisione della signora Capitan dovrebbe essere un severo monito per tutti noi per quanto riguarda i rischi insormontabili che abbiamo di fronte per affrontare i potenti interessi di pochi. Il suo sacrificio non farà che rafforzare la nostra convinzione di servire il bene comune».

Le Filippine sono un membro di spicco del Climate Vulnerable Forum, un gruppo di Stati che chiedono all’Onu tagli più severi delle emissioni, ma nel 2015 il 45% dell’energia elettrica filippina era prodotta con il carbone e sono previste altre 29 centrali a carbone per soddisfare la crescente domanda di energia.

Il governo sta rivedendo la politica energetica nazionale, dopo che la Commissione sui cambiamenti climatici (CCC) a maggio ha avviato una revisione di 6 mesi e dice che, viste le enormi potenzialità del Paese, si dovrebbe puntare molto di più sulle energie rinnovabili e l’efficienza energetica, per ridurre al minimo l’inquinamento climatico.

La Lopez, che è responsabile della concessione delle licenze per le centrali elettriche, sembra disposta a percorrere la strada delle rinnovabili: «Perché autorizzare più centrali a carbone? Perché impegnarsi per una forma di energia che non ha futuro? – ha detto in una recente intervista a Bloomberg – ,Io non sono una loro tifosa. Non sono molto convinta».

Ma la Lopez deve vedersela con il potente segretario all’energia Alfonso Cusi, che sostiene che le Filippine non possono permettersi di rinunciare al carbone a buon mercato: «Il carbone è una fonte energetica di base più affidabile e percorribile delle fonti rinnovabili», ha detto in una conferenza stampa che ha fatto da contraltare alle dichiarazioni della sua collega di governo.

E il neo presidente Duterte sembra essere dalla parte di Cusi, visto che ha accusato i Paesi sviluppati di ipocrisia se si aspettano che le nazioni energivore più povere taglino le loro emissioni di gas serra.

Mentre gli ambientalisti continuano ad essere assassinati, la confusione è grande: non c’è alcuna indicazione che le Filippine di Duterte faranno marcia indietro rispetto agli impegni presi con l’Accordo di Parigi, con la cui approvazione il Paese asiatico si è impegnato a ridurre le emissioni delle imprese del 70% entro il  2030.

Ma, come fa notare Climate Home, è fondamentale un passaggio veloce alle fonti pulite di energia per rispettare l’impegno nazionale di contenere il riscaldamento globale «ben al di sotto 2C».

E l’International energy agency avverte che sarà dura rispettare gli impegni: senza ulteriori politiche ambientali e climatiche, nel sud-est asiatico l’utilizzo del carbone dovrebbe triplicare entro il 2035.

 

(Articolo pubblicato con questo titolo oggi 15 luglio 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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