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Petrolio

10/04/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Walter Tocci

Walter Tocci

Da tanto tempo il Petrolio spiega gli eccessi del potere in Italia, come nel romanzo postumo di Pasolini. 

L’ex-ministra Guidi non poteva garantire l’autonomia del mandato, anche ammessa la buona fede, a causa delle relazioni private e professionali.

Era chiaro già al momento della nomina; non ci volevano i magistrati per capirlo.

Il suo nome fu rivendicato da Berlusconi per un’intesa politica che non riguardava solo le riforme istituzionali e che prosegue nel sostegno di Verdini.

Come se non bastasse, la ministra era inadeguata al compito, lo sapevano perfino gli ambienti confindustriali.

È mancata l’iniziativa strategica della politica industriale, l’unica in grado di alimentare la crescita oltre i vincoli macroeconomici, come dimostra Obama.

L’immagine “donna giovane” è stata utilizzata per coprire conflitti di interesse, manovre politiche e inefficienza di governo.

Non si doveva “cambiare verso” nella classe dirigente?

Nell’intercettazione la ministra usa un gergo molto diffuso: “mettere dentro” alla legge di stabilità quell’emendamento di Tempa Rossa, per blindarlo con il voto di fiducia, costringendo il Parlamento ad approvare la norma che solo qualche settimana prima la Commissione Ambiente aveva rigettato.

Non ho alcun dubbio sull’onestà del nostro governo, mi preoccupa l’abuso della legislazione d’emergenza.

Nei paesi civili le regole per la realizzazione delle infrastrutture energetiche sono decise in un débat public e non si ricorre al blitz parlamentare.

A forza di “mettere dentro” la legge diventa un ammasso di norme confuse, eterogenee, contraddittorie e mutevoli.

Non serve a fare presto, anzi aumenta la burocrazia e di conseguenza rallenta l’attuazione di opere ben progettate.

Soprattutto la legislazione di emergenza è l’humus che alimenta la gramigna delle lobby.

È la prima volta in Italia che si va al referendum su richiesta delle Regioni.

Non si è sottolineato il paradosso.

Mentre si istituisce il Senato delle Autonomie si riportano in capo alle burocrazie ministeriali diverse competenze del territorio: non solo i pozzi di petrolio, l’imposizione ai sindaci delle procedure sugli stadi, il controllo delle sovrintendenze da parte dei prefetti e soprattutto le competenze tolte alle Regioni con il nuovo Titolo V.

I consiglieri regionali hanno accettato il neocentralismo in cambio del pennacchio senatoriale, ma sono costretti a ricorrere al referendum. 

Non si è sottolineata neppure l’utilità dell’iniziativa referendaria, che ha costretto il governo alla retromarcia.

Ha cancellato le pessime procedure dello Sblocca Italia che allentavano i controlli ambientali e ha dovuto anche ripristinare il divieto di trivellazione nei pressi delle coste. 

Il 17 aprile si vota per chiudere gli impianti alla scadenza delle concessioni, cancellando un comma della legge di stabilità 2016 che consente di prolungarle fino a esaurimento.

È una norma sbagliata per motivi giuridici e di concorrenza.

Innanzitutto, prolungare per legge un contratto tra pubblico e privato è un “vizietto” italiano tante volte denunciato dalle procedure europee di infrazione.

Si crea un monopolio senza scadenza, perché sarà il concessionario a decidere di fatto quando finirà la “vita utile” del giacimento.

Se si voleva prelevare il combustibile residuo si potevano studiare procedure per mettere a gara la concessione scaduta, stimolando il vecchio concessionario o altri operatori a innovare la qualità ambientale dell’impianto.

Quasi sempre i monopolisti giocano il ricatto occupazionale per conservare le concessioni, ma da 20-30-40 anni erano ben consapevoli di dover chiudere gli impianti – solo da pochi mesi è stato consentito il prolungamento – e comunque avrebbero a disposizione altri 5-10 anni secondo i casi.

Con questi tempi lunghi ogni impresa seria è in grado di farsi carico dei lavoratori, a meno che non voglia strumentalizzare il referendum, ma la politica non dovrebbe legittimare l’imbroglio.

Come spesso accade nei referendum, oltre gli aspetti tecnici si confrontano due indirizzi politici.

Il governo ha abbassato a colpi di voti di fiducia l’asticella dei controlli ambientali, centralizzando la politica dei combustibili fossili.

Votare SI è un riconoscimento al movimento referendario che ha già salvato la qualità dei nostri mari e sollecita il Paese a fare di più e meglio con le energie rinnovabili.

È triste ascoltare Renzi quando invita a non votare per un referendum proposto dallo stesso Pd nei consigli regionali.

Rischia di dimenticare “l’età dell’innocenza” del giovane leader che chiamava alla partecipazione i cittadini contro l’establishment. 

 

(Articolo di Walter Tocci, pubblicato con questo titolo il 9 aprile 2016 sul suo sito)

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