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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

«Progetti nel cassetto e la città si è svuotata»

16/08/2016
in Archivi, Beni culturali, edilizia, Governo del territorio, News, Piani territoriali, Urbanistica
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Immagine.Roberto D'Agostino

Roberto D’Agostino

VENEZIA. Per qualcuno è uno dei «responsabili» della deriva turistica del patrimonio immobiliare veneziano, perché il suo piano regolatore del 2005, favorì l’accorpamento degli alloggi, le trasformazioni alberghiere e il proliferare dei bed & breakfast, ma l’architetto Roberto D’Agostino – per molti anni assessore all’Urbanistica del Comune di Venezia e poi presidente di Arsenale Venezia spa, la società di gestione del complesso, poi disciolta dalla Giunta Orsoni – respinge l’accusa e rilancia, spiegando perché, a suo avviso, le politiche pubbliche sulla residenza negli ultimi dieci anni almeno sono fallite, accelerando lo spopolamento.

Architetto D’Agostino, si è sbagliato sul cambio di destinazioni d’uso favorendo gli alloggi turisti?

«Premesso che quel piano è di più di vent’anni fa e volendo c’era tutto il tempo di cambiarlo, esso prevedeva la destinazione a residenza, sono state le leggi regionali e nazionali a favorire poi l’arrivo e la proliferazione di bed & breakfast, affittacamere e ora alloggi turistici.  

E lì che si dovrebbe intervenire, fermo restando che sono stati gli stessi veneziani a favorire queste trasformazioni, purtroppo, guardando ciascuno al proprio interesse». 

Troppo tardi ora per invertire la tendenza? 

«Secondo me no.  

Per i bed & breakfast basterebbe una squadra di vigili e tecnici dedicata che vada in perlustrazione costante per scoprire facilmente che la metà di quelli aperti non rispetta l’obbligo di un residente nell’esercizio e farli chiudere. 

E per gli alloggi turistici basterebbe rispettare il limite del soggiorno di almeno una settimana – anche qui con relativi controlli – per ridurre molto la tendenza».

Perché è fallita in questi anni la politica sulla residenza, a cominciare dai 5 mila alloggi promessi dalla Giunta Orsoni e mai realizzati?

«Perché dopo l’inizio degli anni Duemila non si è più “progettato”.  

Proprio gli interventi alla Giudecca sono una prova degli effetti positivi di un intervento pubblico.  

E molti progetti sono rimasti inspiegabilmente nel cassetto». 

Quali?

«Penso al progetto per creare 70 alloggi in social housing alla Celestia, con il sì dell’Agenzia del demanio, a costo zero per l’amministrazione perché i fondi della Cassa Depositi e Prestiti per costruirli si sarebbero pagati con parte degli affitti.  

O ai 400 che avrebbero dovuto sorgere a Sant’Elena nell’area ex Actv.  

O ai 40 previsti nell’ex Caserma Sanguinetti all’Arsenale.  

Interventi pronti sulla carta, finanziabili appunto attraverso gli affitti, ma rimasti sulla carta». 

Perché?

«Perché nessuna amministrazione ha voluto seriamente occuparsi, si è attrezzata per questo.  

Sull’Arsenale c’era poi il veto del Consorzio Venezia Nuova e il tacito accordo tra l’allora sindaco Giorgio Orsoni e l’allora presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati per lasciare che solo le imprese si occupassero di quelle aree.  

Così è stato per quelle lasciate alla Biennale, che almeno hanno una parziale ricaduta sul territorio.  

Non ci sono né idee né volontà e non a caso l’Arsenale è usato dal Comune per le feste di Vela.  

Senza una struttura dedicata che se ne occupi con autonomia gestionale – sia pure sotto lo stretto controllo del Comune – è difficile mandare avanti progetti, anche quando, come era avvenuto, i soldi erano stati trovati». 

Intanto i prezzi delle case sul mercato libero sono diventati proibitivi per i residenti. 

«I prezzi sono alti per le possibilità dei residenti attuali, ma non più alti di quelli di altre grandi città italiane, penso a Milano o a Roma.  

Il problema è che là c’è una potenziale base di acquirenti di milioni di persone, qui di poco più di 50 mila ed è anche per questo che gli alloggi sono venduti come seconde case o sono utilizzati a fini turistici dagli stessi veneziani che li possiedono, e che preferiscono guadagnarci sopra.  

Se non si riparte con gli alloggi in social housing, non può esserci ripresa demografica».

 

(Articolo di Enrico Tantucci, pubblicato con questo titolo l’11 agosto 2016 su “La Nuova di Venezia e Mestre”)

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