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Home Archivi

Quale futuro per l’Appia?

15/02/2016
in Archivi, Aree naturali protette, Beni culturali, Governo del territorio, News, Parchi regionali, Piani territoriali
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Rita Paris

Rita Paris

In quest’intervista di eddyburg a Rita Paris, l’archeologa che ha raccolto l’eredità di Antonio Cederna sull’Appia Antica, il passato è il futuro della Regina viarum, mentre incombe un fosco presente. Eddyburg – Per capire che sta succedendo ci rivolgiamo a Rita Paris, l’archeologa che, da funzionaria della soprintendenza archeologica della capitale, ha dedicato il meglio della sua vita all’Appia Antica. La prima domanda che le sottoponiamo è la seguente: secondo te, che ruolo spetta, nel pensare al futuro di Roma, a quella che i romani chiamavano “Regina viarum”? 

Rita Paris  -La Via Appia è un luogo storico ricco di millenaria magia, poi simbolo di tutte le battaglie contro l’abusivismo e la prepotenza della speculazione, si presenta oggi all’uomo contemporaneo come lo spiraglio da cui filtra una luce nuova, da cui si può intravedere il futuro.

“La Via Appia potrà diventare la colonna vertebrale di una nuova struttura in grado di costruire, al di là degli errori e delle speculazioni di Roma moderna, per i cittadini di questa città e di questa regione, per i turisti, per gli amanti dell’arte e della natura e per gli studiosi di tutto il mondo la vera Roma futura”, così si conclude il capitolo sull’Appia aggiunto alla nuova edizione del volume Roma Moderna di Italo Insolera.

E –L’Appia Antica è in effetti un luogo simultaneamente antico e moderno.  

È un segmento di storia e di campagna che dai Castelli Romani – se vogliamo dal profondo Sud, come ci ha raccontato Paolo Rumiz quest’estate su la Repubblica – penetra nel cuore della città attuale.  

Ma non è l’anticittà, è il completamento della città attuale, con la quale dovrebbe armonizzarsi svolgendo adeguate funzioni.  

Dico bene Rita?

R. P. – Dici benissimo.

L’Appia è un monumento unico al mondo che attraversa un territorio in gran parte salvaguardato all’interno della città costruita con la quale vive in una discontinuità che esalta la bellezza e il fascino dei luoghi.

Per questo è primaria la necessità di garantire la conservazione dei monumenti – dovere che non è in contrasto con lo sviluppo culturale – e di ciò che resta della campagna romana, tra la continuità storica con l’area archeologica centrale e la crescita caotica della zona meridionale di Roma fino all’area dei Castelli.

Con tale obiettivo l’Appia può svolgere un ruolo sociale quale spazio per la cultura, il tempo libero, la ricreazione e la qualità di vita dei cittadini.

E – L’Appia Antica rappresenta anche una pagina di fondamentale importanza nella storia dell’urbanistica italiana.

Mi riferisco all’approvazione del piano regolatore generale di Roma del 1965.

Il merito fu soprattutto di Giacomo Mancini, benemerito ministro dei Lavori pubblici (allora non esistevano ancora le Regioni) che condivideva le idee di Antonio Cederna e destinò l’Appia Antica, e 2.500 ettari del territorio attraversato, a parco pubblico.  

Che ne è di quella coraggiosa e straordinaria decisione? 

R. P. –La cultura moderna e l’impegno di molti, in particolare di Antonio Cederna e di Italia Nostra – quando questa associazione vantava un primato nella difesa del patrimonio nazionale ed era in grado di promuovere studi come quello sul Piano per il Parco dell’Appia Antica, coordinato da Vittoria Calzolari – hanno portato al risultato straordinario a cui fai riferimento, superando incertezze e compromessi.

La mancata attuazione di questa prospettiva, così come lo è quella dei Fori Imperiali, ha lasciato spazio a una assenza quasi totale di iniziative, favorendo un abusivismo che pare inarrestabile e lo sviluppo di una serie di attività, per lo più incompatibili, che traggono tuttavia profitto dalla location d’eccellenza.

Negli ultimi 20 anni si è cercato di rimediare agli errori, attraverso la cura e l’incremento del patrimonio culturale, anche per offrire qualcosa alla fruizione pubblica, in un ambito per la quasi totalità in proprietà privata.

Tra i risultati raggiunti si ricordano l’esproprio da parte del Comune di una parte del Parco della Caffarella, l’interramento da parte dell’Anas delle corsie del GRA che tagliavano con violenza la strada antica, oggi ricucita, gli scavi, i restauri, gli allestimenti dei principali e ormai conosciuti monumenti da parte della Soprintendenza, le acquisizioni di nuovi beni, messi a disposizione del pubblico dopo impegnativi interventi di recupero.

La costituzione di un Parco Regionale ha rappresentato un momento importante nella storia di questo territorio ma è evidente che l’Appia non può riconoscersi nella realtà di un’area naturale protetta.

Per questo negli anni si è chiesto, senza ascolto, di poter creare per l’Appia un organismo che ponesse i valori archeologici e monumentali al centro degli indirizzi, delle scelte della città e degli enti a vario titolo interessati (tra i quali non si può dimenticare lo Stato Vaticano per la presenza qui delle più importanti e celebri catacombe cristiane), per far convergere investimenti e risorse verso il patrimonio culturale per il quale l’Appia è nota in tutto il mondo.

E – Credo di aver capito che, nel dibattito che si sta vivacemente sviluppando fra il ministro Franceschini e il suo staff da una parte e, dall’altra, archeologi, storici dell’arte, studiosi e appassionati del nostro patrimonio, ci sono due parole chiave che si confrontano: tutela e valorizzazione.  

Che significa il prevalere dell’una o dell’altra per il futuro dell’Appia Antica?  

R. P. – Cerco di farlo capire.

Con sorpresa si legge nel DM di cui stiamo discutendo che l’Appia sarà un Parco Archeologico nell’ambito della riforma che ha alla base del proprio impianto la separazione netta tra tutela e valorizzazione, termini diventati oggi la metafora di una contrapposizione che si addice più a tifosi di squadre di calcio che di esperti e operatori del mondo della cultura.

Chi può negare che la tutela si attua attraverso il riconoscimento di un interesse pubblico e che quindi la valorizzazione per la fruizione, sempre pubblica, non sono in discontinuità e contrapposizione ma anzi in stretta relazione nell’attività degli specialisti che devono saper riconoscere, studiare, conservare, attraverso i metodi del restauro, affinché il patrimonio culturale sia preservato da danneggiamenti di ogni genere, sia posto in condizioni di decoro, sia offerto al godimento pubblico?

Compiti questi che devono essere sostenuti da una buona strategia di comunicazione per far conoscere, avvicinare e attrarre cittadini e turisti, azione necessaria al pari delle altre, senza la quale si vanificherebbe buona parte dell’operato delle amministrazioni.

Se quindi è importante che il Ministro dichiari che ha a cuore l’Appia e quindi ne preveda un istituto giuridico speciale, tuttavia non è chiaro quale possa essere la forma di questo nuovo istituto se non (deve rimanere) dovrà occuparsi della tutela e della valorizzazione insieme, quale sia la prospettiva non solo per mantenere quello che fino ad oggi si è realizzato (non servirebbe in questo caso la previsione di un nuovo istituto ad hoc) ma per migliorare e far crescere questo immenso patrimonio, tanto eccezionale quanto umiliato.

Più che di enti e istituzioni l’Appia ha bisogno di risorse, di un progetto complessivo condiviso e di buona gestione, adeguata alla complessità dei problemi di questo patrimonio, che i sapienti interventi ottocenteschi riuscirono a trasformare in un Museo all’aperto, modello di metodi di conservazione e allestimento moderni e originali, meta di visitatori italiani e stranieri.

E -Vorrei chiederti infine se condividi la preoccupazione che gli importanti risultati comunque raggiunti, nonostante l’ostilità dei potenti interessi colpiti, possano essere contraddetti da un eventuale nuovo assetto istituzionale che affievolisca la prevalenza dell’identità pubblica dell’Appia Antica.  

R. P. – Per nessun luogo come per l’Appia vi sono stati, nel tempo moderno, attenzione e impegno civile, con la consapevolezza che le numerose ferite inferte a questo patrimonio stavano sottraendo ciò che doveva essere pubblico.

Questo impegno è parte stessa della storia dell’Appia e il miglioramento delle condizioni generali, l’ampliamento dei luoghi di pubblica fruizione, gli eventi realizzati, hanno già avviato una nuova fase, aprendo l’Appia alle Università, agli studi sulle tecniche di costruzione, sulla geologia, sull’impiego dei materiali antichi, coinvolgendo studenti, corsi di formazione, cantieri scuola, studiosi, artisti di arte contemporanea e della musica.

Un nuovo istituto non potrebbe prescindere da tutto questo ma piuttosto nutrirsi della forza di questa partecipazione intorno ai tanti temi dell’Appia, come uno scudo ideale per la difesa dei valori e un contenitore in grado di dare impulso ad attività speciali, creando opportunità di lavoro, di incontro e di crescita per saldare l’identità dell’Appia.

(Intervista di “Eddyburg” a Rita Paris, pubblicata con questo titolo sul sito il 12 febbraio 2016)

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