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Renzi, la Serracchiani e Guerini offendono il buon senso e l’intelligenza degli italiani

15/04/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Referendum abrogativo

Sia il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che i vicesegretari del PD Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini hanno definito del tutto “inutile” il referendum su cui gli italiani sono chiamati a pronunciarsi domenica prossima: hanno però omesso di far sapere che l’originario testo del cosiddetto Decreto “Sblocca Italia” è stato modificato dallo stesso Governo con la legge di stabilità proprio per evitare che si andasse a votare sugli altri 5 referendum che sono stati promossi per la prima volta da ben 9 Regioni e che evidentemente non sono stati ritenuti “inutili”.

Se il governo ha voluto evitare i suddetti 5 referendum, ammettendo implicitamente di avere commesso un errore, non si vede perché il PD si ostini a boicottare il 6° dei referendum promossi dalle Regioni per evitare se non altro che l’Italia rischi di incorrere nella ennesima procedura di infrazione: nessuna concessione di un bene dello Stato infatti può essere affidata a un privato senza limiti di tempo, fino a che convenga a quest’ultimo, perché violerebbe la normativa europea sulla libera concorrenza.

Oltre ad una presunta inutilità del referendum, Renzi, Serracchiani e Guerini hanno parlato del rischio del licenziamento di un gran numero di lavoratori: con una affermazione del genere, presentata come “verità” assoluta, si vuol far credere agli italiani “creduloni” (e comunque ignoranti dell’oggettivo contenuto del referendum) che una eventuale vittoria del “sì” causerebbe l’immediata perdita di 11.000 posti di lavoro, quando non è affatto così.

Riguardo al numero dei possibili licenziamenti c’è da sapere anzitutto che una piattaforma petrolifera non impiega un esercito di operai: basti pensare che il maxi-progetto Ombrina Mare, se fosse stato portato a termine, avrebbe creato solo 24 posti di lavoro.

Attualmente, le concessioni per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi in mare sono in tutto 69 ma solo 35 di queste si trovano entro le 12 miglia, quindi interessate dal referendum.

Di queste 35, 3 sono inattive, 5 nel 2015 sono risultate improduttive e 1 (Ombrina Mare, al largo dell’Abruzzo) è stata sospesa fino alla fine del 2016.

Restano quindi produttive 26 concessioni per un totale di 79 piattaforme marine che estraggono idrocarburi da 463 pozzi sottomarini.

La maggior parte si trovano nell’Adriatico romagnolo e marchigiano (47 piattaforme alimentate da 319 pozzi): segue l’Adriatico abruzzese (22 piattaforme collegate a 70 pozzi), il Mar Ionio (5 piattaforme e 29 pozzi) e il Canale di Sicilia (5 piattaforme e 45 pozzi).

Le restanti 54 piattaforme sono oltre le 12 miglia e non sono interessate al referendum di domenica prossima.

Il Presidente del Consiglio ed i due vicesegretari del PD non possono non sapere che la maggior parte della produzione di gas in Italia è a terra (34%) o in mare oltre le 12 miglia (36%) e che entro le 12 miglia ci sono:

– 9 concessioni in tutto, su cui insistono 39 piattaforme, con permesso già scaduto di cui è stata già richiesta da mesi, se non da anni, una proroga che verrà concessa ancora una volta anche in caso di vittoria dei “si” al referendum, in quanto l’istanza di proroga è stata depositata quando era valida la vecchia normativa;

– 17 concessioni in tutto, i cui permessi inizieranno a scadere a partire dal 2017 e termineranno nel 2027, senza possibilità di proroga nel caso vincano i “si” al referendum.

In un caso come nell’altro la vittoria dei “si” al referendum non blocca nessun posto di lavoro, dal momento che la prima trivella si fermerà nel 2018 e l’ultima nel 2034.

I giacimenti italiani off-shore sono di scarsa entità e contribuiscono nel complesso (sommando gas e greggio) per meno del 4% al fabbisogno energetico nazionale.

Ne deriva che il referendum, qualunque sia il suo esito, non sconvolgerà la politica energetica del Paese, che prima o poi non dovrà più essere fortemente dipendente dalle importazioni estere, se veramente l’Italia intende rispettare l’accordo sul clima sottoscritto a Parigi e che è chiamata a ratificare il prossimo 22 aprile.

In caso di vittoria del “sì”, proprio la scadenza scaglionata delle concessioni consentirà al Governo di dare inizio nello stesso frattempo ad una inversione della politica energetica che non sia più schiava delle fonti fossili: vale sempre il detto che chi ben comincia è a metà dell’opera.  

Sia il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che i vicesegretari del PD Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini invitano infine alla astensione per far sì che il referendum non raggiunga il quorum, sostenendo al tempo stesso che “il referendum voluto dalle regioni costerà 300 milioni agli italiani” sul presupposto non dimostrato che “la legge prevede che non possa essere accorpato ad altre elezioni”.

A quest’ultimo riguardo si fa presente che era stata presentata una proposta di legge proprio per evitare la spesa suddetta, accorpando il referendum alle prossime elezioni del 5 giugno.

Quand’anche non fosse stata ammissibile l’approvazione di una legge del genere, che non si è comunque voluta, non è assolutamente accettabile da un punto di vista logico che lo stesso Presidente del Consiglio inviti deliberatamente a far fallire il referendum, e quindi decida di buttar via coscientemente la bellezza di 300 milioni di euro impedendo di far sapere se a vincere saranno i “sì” oppure i “no”, quando peraltro la nostra Costituzione dispone che è un “dovere civico” andare a votare, come ha voluto ricordare lo stesso Presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi.

Le svariate ragioni che sono state portate a favore dell’astensionismo hanno strumentalmente omesso di considerare che nel diritto di libertà c’è soprattutto quello di votare “NO” anche riguardo ad un quesito che si ritenga espresso in modo chiaro o sbagliato.

Esercitare lo stesso presunto diritto di libertà per contribuire deliberatamente al fallimento del referendum (o per far vincere una forza politica grazie ad una astensione che non consente di raggiungere nemmeno il 50% dei votanti) significa non riconoscere strumentalmente il “dovere civico” qualificato dalla Costituzione e tradire le stesse regole che sono alla base della nostra democrazia.

Non si tengono in conto per di più i soldi che in tal modo si buttano via per tenere un referendum che non raggiunge il quorum, violando il diritto di libertà di tutti gli italiani che hanno esercitato il proprio “dovere civico” di sapere se c’è stata la vittoria “democratica” dei SÌ o dei NO grazie proprio anche al loro voto.

VAS invita pertanto ad andare comunque a votare, anche per far vincere democraticamente i “NO, e non certo a far fallire un referendum per mancato raggiungimento del quorum.

 

L’ESECUTIVO NAZIONALE DI VAS

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