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Rodolfo Bosi
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Home Archivi

Rispettare il Protocollo di Kyoto ci è costato solo lo 0,1% del Pil

22/06/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Rispetto clima e PIL.1

Il nuovo studio studio “Compliance of the Parties to the Kyoto Protocol in the first commitment period”, pubblicato su Climate Policy da Igor Shishlov (I4CE – Institute for Climate Economics), Romain Morel (Centre International de Recherche sur l’Environnement et le Développement) e Valentin Bellassen (INRA, UMR1041 CESAER, Université Bourgogne), smentisce clamorosamente gli statunitensi – poi appoggiati da canadesi, australiani, russi e giapponesi – che dicevano che il Protocollo di Kyoto sarebbe stato insostenibile per l’economia e per la competitività dei Paesi che dovevano applicarlo:  le politiche legate al clima, hanno rappresentato un basso costo per i Paesi coinvolti: fino allo 0,1% del Pil per l’Unione europea e una frazione ancora più bassa per il Pil del Giappone, uno dei Paesi che, dopo averlo firmato, lo ha più criticato.

I ricercatori evidenziano che «si tratta di circa da un quarto a un decimo di quello che gli esperti avevano stimato dopo che l’accordo è stato raggiunto nel 1997». 

Gli Stati Uniti non hanno mai firmato il Protocollo di Kyoto e le amministrazioni repubblicane fecero di tutto per boicottarlo, il precedente governo conservatore del Canada si ritirò dal protocollo, ma gli altri Paesi, pur con alti e bassi, lo a hanno applicato 2005.

Quelli resi noti sul Climate Policy Journal, sono i primi risultati pubblicati che utilizzano i dati nazionali definitivi delle emissioni di gas serra e degli scambi delle quote di carbonio, che sono disponibili dalla fine del  2015, e dimostrano che «i Paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto hanno superato il loro impegno di 2,4 GtCO2e yr -1 (giga-tonnellate di CO2 equivalente all’anno)».

Tutti i 36 Paesi che hanno sottoscritto il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici hanno adempiuto ai loro obiettivi sulle emissioni di gas serra.

Michael Grubb, editor-in-chief  di Climate Policy  e co-fondatore del network di ricerca Climate Strategies, sottolinea che «c’è spesso scetticismo riguardo all’importanza del diritto internazionale, e molti critici sostengono che il Protocollo di Kyoto non sia stato un successo. Il fatto che i Paesi lo abbiano pienamente rispettato è altamente significativo e aiuta ad innalzare le aspettative per una piena adesione all’accordo di Parigi».

Shishlov, Morel e Bellassen hanno scoperto che la maggior parte dei Paesi firmatari ha ridotto le loro  emissioni di gas serra  entro i livelli richiesti dal Protocollo di Kyoto, con solo 9 Paesi, Austria, Danimarca, Islanda, Giappone, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Spagna e Svizzera, che emettono livelli più alti, ma superando di poco i loro obiettivi e sono stati in grado di rispettare il protocollo utilizzando i meccanismi di “flessibilità”. 

I ricercatori hanno anche scoperto che il rispetto complessivo sarebbe anche stato raggiunto anche senza la cosiddetta “hot-air”, la riduzione delle emissioni dei Paesi ex comunisti che hanno subito un declino industriale dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Shishlov  spiega che  «a livello internazionale – vale a dire dopo l’uso di meccanismi di flessibilità – tutte le parti di cui all’allegato B sono conformi. I Paesi hanno implementato diverse strategie di conformità: l’acquisto di carbon units all’estero, lo stimolo dell’utilizzo interno dei carbon credits da parte del settore privato e l’incentivo delle riduzioni interne delle emissioni attraverso politiche climatiche».

L’ hot-air”, è stato stimata in 2,2 GtCO2e yr-1, mentre l’ammontare del for land use, land-use change and forestry (Lulucf – uso del suolo, cambiamenti di uso del suolo e forestazione) si ferma a  0,4 GtCO2e yr-1.  

L’ipotetica partecipazione di Usa e Canada avrebbe ridotto le emissioni di 1 GtCO2e yr–1. Shishlov conclude: «Nessuno di questi fattori – alcuni dei quali possono essere considerate illegittimi – avrebbe quindi da solo portato alla non conformità globale, anche senza l’uso della  0,3 GtCO2e di riduzione annuale delle emissioni prodotte dal Clean Development Mechanism. Non dovrebbe essere trascurato neanche l’impatto delle politiche nazionali e del “carbon leakage”, nessuno dei  quali è stato qui valutato quantitativamente».

 

(Articolo pubblicato con questo titolo il 13 giugno 2016 sul sito online “greenreport.it”)

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