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Home Archivi

Salvatore Settis: “L’Italia Spa è sempre in svendita”

13/08/2015
in Archivi, Beni culturali, Beni paesaggistici, edilizia, Governo del territorio, News, Piani territoriali, Urbanistica
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L’articolo di Dario Pappalardo, pubblicato con questo titolo il 6 agosto 2015 su “La Repubblica”, è una intervista a tutto campo a Salvatore Settis.

Immagine.Salvatore Settis

Salvatore Settis

“L’Italia spa esiste ancora.

Il nostro patrimonio culturale rischia tuttora di essere svenduto.

Le riforme non bastano, se mancano i fondi.

Riempire l’arena del Colosseo non è una priorità.

C’è una bella differenza tra restaurarlo e trasformarlo per ospitare spettacoli“. 

Nell’estate dell’attesa per i nuovi super direttori dei venti grandi musei, mentre le soprintendenze  –  dopo la riforma della pubblica amministrazione appena approvata  –  vengono indebolite ulteriormente, Roma crolla e il Colosseo guadagna nuovi finanziamenti per trasformarsi in un’arena show, Salvatore Settis lancia l’allarme.

“Questo Paese commette di nuovo l’errore di spostare l’attenzione sulla valorizzazione dei monumenti, rispetto alla loro tutela. Ma non ci può essere valorizzazione senza tutela“, dice l’archeologo e storico dell’arte che nel 2009 si dimise dalla presidenza del Consiglio superiore dei beni culturali in contrasto con l’allora ministro Bondi.  

Professore, partiamo dalla riforma Franceschini. Qualcosa si sta muovendo. 

“Da Veltroni in qua ci sono stati dieci ministri e cinque riforme: un’overdose per il ministero dei Beni culturali.

Di tutte, quella di Franceschini, che nasce da una commissione di studio voluta dal predecessore Bray, ha un’idea di base più chiara.

Ma non vuol dire che vada tutto bene.

Non sono tra quelli che dicono che sia meglio che nulla cambi.

Il punto più preoccupante è che, se questa riforma ha al centro i musei  –  in particolare i venti scelti come più importanti  –  dall’altro lato impoverisce di personale le soprintendenze territoriali.

Quelle di Roma, Firenze e Napoli hanno nove storici dell’arte in tutto: come faranno a tutelare l’immenso patrimonio a loro affidato?

Il vero punto per capire se questo governo rispetterà l’articolo 9 della Costituzione è se verranno fatte nelle Soprintendenze territoriali le massicce assunzioni di cui c’è assolutamente bisogno.

Di questo si parla troppo poco“.

Con la nuova legge sulla pubblica amministrazione le soprintendenze, di fatto, si indeboliscono e vengono sottomesse alle prefetture. Vale il silenzio-assenso dopo 90 giorni anche in materia di tutela ambientale, paesaggistica e dei beni culturali. Lei è tra i sostenitori di un appello contro il provvedimento.

“L’estensione del silenzio-assenso nell’ambito della tutela del paesaggio è anticostituzionale.

Ci sono cinque sentenze della Corte Costituzionale che parlano chiaro.

Ma la sottomissione delle soprintendenze alle prefetture non può venire da Franceschini, perché sarebbe un’idea suicida per il suo Ministero.

Oggi sembra quasi che si voglia distinguere una bad company (le soprintendenze e la cura del territorio, contro cui si schierava il premier Renzi quando era sindaco di Firenze)  –  e una good company che sono i musei, intesi come “valorizzazione”. E le bad companies sono fatte per essere liquidate“.

I musei, appunto. In venti sono stati scelti dal ministro Franceschini come i più importanti, affidandoli ad altrettanti super direttori scelti attraverso un concorso internazionale. Cosa pensa di questo?

“Il fatto di dotare i grandi musei di un’autonomia maggiore di per sé mi sembra un’idea interessante e positiva.

Anche se nella lista mancano, per ragioni di spending review, musei importanti come il Museo Nazionale Romano o la Pinacoteca di Siena.

Va dato atto al ministro che la commissione che sta scegliendo i direttori, presieduta da Paolo Baratta, è molto buona: ci sono nomi come Nicholas Penny della National Gallery di Londra e il grande archeologo Luca Giuliani.

Però non è mai accaduto nella storia che venti direttori di musei diversi siano nominati con un’unica procedura.

All’estero appare inconcepibile. Vedremo i risultati, ma la fretta è cattiva consigliera“.

Ma di cosa avrebbe bisogno oggi il Ministero dei Beni culturali?

“Si continua a ignorare che le riforme a costo zero producono molto meno di zero.

Nel 2008, Berlusconi e Bondi tagliarono in modo massiccio i finanziamenti alla cultura di un miliardo e 300 milioni euro.

Se quella ferita non sarà sanata (e nessun governo lo ha fatto, nemmeno questo) e non si provvederà a nuove assunzioni, ogni riforma resterà vana. La primissima esigenza sono nuove assunzioni e nuovi fondi“.

Però sono appena stati stanziati 80 milioni per alcune Grandi Opere…

“Ci si deve sempre rallegrare quando ci sono dei soldi destinati alla cultura.

Ma questa cifra è ben poco di fronte a un patrimonio che crolla.

Di milioni ne servirebbero 800 l’anno, non 80 una tantum.

Vanno bene i fondi destinati alla Certosa di Pavia e agli altri monumenti.

Ma il grande errore sono le spese per il Colosseo “.

L'”effetto Gladiator”.

“Finanziare un progetto che trasformi il Colosseo in un set per spettacoli è un vero spreco.

Si trasmette ancora una volta il messaggio che i monumenti non servono a nulla, se non assumono un aspetto spettacolare.

E si concentra di nuovo l’attenzione solo su alcuni luoghi simbolo, mentre altri, proprio a Roma, in questo momento, cadono a pezzi.

La tradizione italiana della tutela, la più antica al mondo, attraversa una crisi gravissima“.

A Pompei, però, i segnali sono diversi.

“Nell’ultimo anno e mezzo, con il direttore generale Giovanni Nistri e il soprintendente Massimo Osanna, la capacità di spesa è aumentata.

I segnali di funzionamento sono positivi.

Lo sciopero del 24 luglio è stato un brutto episodio, ma non il segno che va tutto a rotoli“.

A tredici anni dal suo saggio, possiamo ancora parlare di “Italia spa”?

“Il progetto dell’allora ministro Tremonti di svendere il patrimonio demaniale è fallito.

Ma non si può cantare vittoria, dato che si continua a svendere i beni pubblici, delegando l’iniziativa a Regioni e Comuni in modo che non si colga il disegno d’insieme. Inoltre, le regole per la tutela del paesaggio si allentano continuamente, e sarà ancor peggio quando i soprintendenti, esautorati, ubbidiranno ai prefetti.

Ma il Paese resta ricco di anticorpi nella società e nelle istituzioni. Possiamo trovare ancora dei contravveleni al degrado che incombe“.

 

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