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Rodolfo Bosi
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Se far bene all’arte è un affare la carica dei nuovi mecenati

10/09/2016
in Archivi, Beni culturali, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Francesco Erbani

Francesco Erbani

La forbice è ampia.

Va dai 23 milioni 633 mila euro per la Scala ai 5 euro per il Real Albergo dei Poveri a Napoli.

Sono le punte estreme del mecenatismo italiano, stando a uno degli indicatori, l’Art bonus voluto dal ministro Dario Franceschini, con i quali si misura la generosità peninsulare verso il patrimonio storico- artistico e le attività culturali.

È un mondo variegato, si presume vasto e polverizzato, ma ancora poco conosciuto, sebbene tutti lo diano in crescita, con cifre frammentarie, dove compaiono fondazioni bancarie, gruppi industriali e finanziari e poi professionisti, nobildonne e nobiluomini, fino a giungere al napoletano che, letta la richiesta del Comune di recuperare 3 milioni e mezzo per restaurare il capolavoro settecentesco di Ferdinando Fuga, ha scucito i 5 euro restando, a tutt’oggi, l’unico sottoscrittore della raccolta fondi.

Raccolta fondi che con l’Art bonus (deduzione fiscale fino al 65 per cento) ha cumulato 115 milioni versati da 3180 donatori.

Il 45 per cento dei soldi è destinato a fondazioni lirico-sinfoniche, il 20 ai Comuni, il resto al patrimonio gestito dal Mibact o da concessionari.

In assoluto un risultato accolto con favore: prima dell’entrata in vigore della nuova norma due anni fa, le donazioni si attestavano poco sopra i 20 milioni (diversamente regolate sono le sponsorizzazioni, che prevedono un contratto e un ritorno pubblicitario).

«Il 60 per cento dei donatori sono persone fisiche», osserva Carolina Botti, direttore centrale di Ales, società del ministero per i Beni culturali che coordina l’Art bonus, «il resto sono imprese e fondazioni bancarie. A richiedere finanziamenti privati sono in prevalenza i Comuni».

Il mecenatismo diffuso non è una novità, ma caratterizza questi anni di penuria.

Ne è afflitta l’Italia, ma non solo.

«Il Metropolitan di New York ha licenziato il 5 per cento dei curator», ricorda Patrizia Asproni, presidente della fondazione Torino Musei e di Confculture, «in Gran Bretagna hanno chiuso 44 musei e 28 biblioteche».

In controtendenza vanno diversi privati, che prediligono un lussuoso fai-da-te.

«In quattro anni hanno dato vita in Europa e negli Stati uniti a 100 musei», segnala Guido Guerzoni, professore alla Bocconi, «e anche in Italia grandi marchi come Prada o Trussardi s’impegnano sull’arte contemporanea».

Al primo posto fra chi riceve con l’Art bonus c’è la Scala, che ha chiesto 250 milioni ottenendone 23, seguita dal Museo Egizio di Torino, che ha programmato una spesa di 15 milioni coperta integralmente dalle donazioni.

L’Art Bonus funziona così: un Comune o un ente di gestione pubblica sul sito un progetto di restauro o anche un piano di gestione e si mette in attesa.

Molti sono però i progetti che attendono invano.

Il Palazzo Te di Mantova dall’ottobre del 2015 aspetta qualche contributo a fronte di 800mila euro chiesti per il restauro di una facciata.

Al momento non si è fatto avanti nessuno.

Il Museo Nazionale Archeologico di Ruvo di Puglia invoca invano donazioni per coprire una spesa di 17 mila euro, e il Comune di Napoli (di nuovo) spera di trovare chi lo aiuti a restaurare la guglia dell’Immacolata davanti a Santa Chiara, costo 1 milione e mezzo, ma finora deve accontentarsi di 50 euro.

L’Art bonus, senza portarne responsabilità, fotografa il divario fra centro-nord e sud.

La Lombardia propone 55 progetti e riceve contributi per 33 di essi.

Il Molise ha due proposte e zero contributi, la Campania 29 richieste, 9 delle quali con scarse offerte.

Così Basilicata (1 e 0), Calabria (7 e 1) e Sicilia (10 e 3).

Le stesse, vistose differenze caratterizzano la fonte più cospicua del mecenatismo italiano, quella delle fondazioni bancarie.

Sono stati 280 nel 2015 i milioni provenienti da esse per musei, scavi archeologici e poi mostre e festival letterari, il 30 per cento degli oltre 900 milioni elargiti in totale (ma erano 531 nel 2008 su complessivi 1 miliardo 670 milioni).

Ebbene questa pioggia di soldi benefica il Nord per il 70 per cento, il centro per il 22, il sud per il 6.

Ma d’altronde imprese, banche e fondazioni risiedono in maggior numero sopra il Garigliano, a dispetto di un patrimonio distribuito su tutto il territorio nazionale. Un’altra realtà è quella degli Amici dei Musei, dagli Uffizi a Brera, passando per Capodimonte.

Sono associazioni no profit.

Raccolgono contributi per restauri o acquisizioni.

Ma più che finanziario, il loro mecenatismo è stato definito adozionale in un’indagine dell’università Federico II di Napoli e del centro studi Silvia Santagata-Ebla.

Le 1.200 associazioni censite in Italia (su oltre 4.500 musei) promuovono visite, attività didattiche, supportano pubblicazioni e mostre.

Cercano di stringere solidi legami fra un museo e il territorio che lo ospita.

Le loro attività sono volontarie, sopperiscono ai pochi fondi pubblici in un settore che però fa uso massiccio e spesso mortificante di lavoro precario.

Il sistema è molto sviluppato in altri paesi.

Gli Amici del Louvre sono nati a fine Ottocento e oggi contano 60mila iscritti .

Grazie a loro sono state acquistate oltre 700 opere che hanno arricchito la collezione.

Più recente (1968) è la nascita dei British Museum Friends, che coinvolgono 50mila persone.

In Italia queste associazioni sono in gran parte, di nuovo, al centro-nord e in esse militano pochi giovani (appena l’11 per cento è sotto i 35 anni), mentre negli ultimi tempi è in questa fascia che crescono i visitatori dei musei. Maria Vittoria Colonna Rimbotti presiede gli Amici degli Uffizi.

Molte sono le acquisizioni dovute al loro contributo o anche i restauri, compreso quello dell’Adorazione dei magi di Leonardo.

Finora le erogazioni raccolte si aggirano sui 5 milioni, serviti per riallestire sale o per rinnovare tendaggi.

«Ci siamo sempre attenuti alle esigenze del museo, senza protagonismi», dice.

L’Art bonus, che consente finanziamenti diretti ai musei, mette però in secondo piano la raccolta fondi.

«Il provvedimento è utile, ma soprattutto interessante per i grandi gruppi industriali e ancora non va incontro ai donatori di più modeste possibilità», insiste Colonna Rimbotti.

D’accordo con lei è Asproni: «Non è stato un successo: per una donazione dovrebbe bastare un sms».

E le stesse critiche avanza da Napoli Errico Di Lorenzo, presidente degli Amici di Capodimonte: «Qui i donatori sono pochissimi, occorrerebbe defiscalizzare le elargizioni verso associazioni come le nostre».

(Articolo di Francesco Erbani, pubblicato con questo titolo il 5 settembre 2016 su “la Repubblica”)

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