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Rodolfo Bosi
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Se la Terra diventa il pianeta proibito

15/06/2016
in Archivi, Governo del territorio, Natura, News, Piani territoriali
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Piergiorgio Odifreddi

Piergiorgio Odifreddi

L’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore è forse l’unico uomo al mondo al quale è riuscita una difficile impresa: vincere il premio Oscar e il premio Nobel, e per uno stesso motivo.

Cioè, il suo lungometraggio “Una scomoda verità”, che è stato premiato a Hollywood come miglior documentario nel 2006, e a Oslo per la pace nel 2007. 

Quel film registra una delle innumerevoli lezioni che Gore ha tenuto in giro per il mondo, per diffondere l’allarme sull’emergenza ecologica che deriva al pianeta dall’uso indiscriminato del petrolio, dai trasporti al riscaldamento, e dal suo impatto sul cambiamento climatico e sul riscaldamento globale.

Il premio Nobel per la pace Gore l’ha condiviso con Rajendra Pachauri, presidente dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, “Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico”), un’istituzione delle Nazioni Unite che monitorizza appunto i cambiamenti climatici.

In particolare, come Pachauri ha ricordato nel suo discorso a Oslo, quelli dovuti all’antiecologico consumo di carne, che richiede di tagliare foreste, creare pascoli, allevare animali, spedire il macellato in posti lontani, e refrigerarlo nelle navi, sui camion, nei supermercati e in casa.

Come se non bastasse, anche l’emissione di metano prodotta dalla digestione delle mucche e la decomposizione dei rifiuti solidi urbani contribuiscono all’effetto serra.

Più in generale, gli interventi che la nostra specie sta sistematicamente effettuando sul pianeta comportano la distruzione delle foreste e degli ecosistemi a esse collegati, l’estinzione delle specie animali cacciate o pescate selvaggiamente, la cementificazione sistematica della superficie terrestre, l’aumento della temperatura atmosferica dovuta all’effetto serra, la diminuzione della fascia di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti, l’emissione di sostanze che provocano piogge acide, l’inquinamento generalizzato delle risorse acquifere, il depauperamento della produttività del suolo e delle riserve di combustibile, lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento del livello degli oceani, la desertificazione.

In base ai dati della Convenzione Internazionale per le Biodiversità, il ritmo di estinzione delle specie negli ultimi quattrocento anni sembra essere cento volte superiore a quello delle epoche storiche passate.

Il che potrebbe portare, come nelle precedenti grandi estinzioni, alla sparizione di una gran parte delle forme di vita attuali, e alla loro sostituzione con altre nuove.

E ai mammiferi, uomini compresi, potrebbe toccare la triste fine dei dinosauri e della maggior parte delle specie viventi comparse finora sulla Terra: il che, viste le prove che l’umanità e i suoi leader stanno dando, non è detto che non sia un buon affare per il pianeta.

Tutti questi bei (anzi, brutti) discorsi rischiano però di rimanere astrattamente relegati in rapporti e dibatti per specialisti.

Solo i film e i romanzi riescono a toccare concretamente la sensibilità dell’uomo comune, anche se il rischio è che essi tendano a seguire le linee di minima resistenza del racconto apocalittico condito di scienziaggini, alla maniera di produzioni hollywoodiane quali The day after Tomorrow, l’alba del giorno dopo (2004) o Snowpiercer (2013).

Per divulgare letterariamente la problematica del riscaldamento globale ci vuole infatti, oltre a una capacità affabulatoria, anche una sensibilità scientifica: cosa improbabile e rara tra gli scrittori in generale, e tra quelli italiani in particolare.

Ma non impossibile, né introvabile, come prova il caso di Bruno Arpaia, che già con L’energia del vuoto (Guanda, 2011) aveva dimostrato di sapersi muovere con destrezza nel mondo della scienza: in quel caso, coniugando la fisica delle particelle al thriller politico.

Il suo nuovo romanzo Qualcosa, là fuori (Guanda, 2016) affronta appunto il problema del riscaldamento globale, immaginando come sarà (o, speriamo, sarebbe) il mondo tra una settantina d’anni, quando ormai i tanti segnali d’allarme che continuano a suonare minacciosi attorno a noi si saranno rivelati essere altrettante inascoltate profezie di Cassandra sulla caduta non di Troia, ma della Terra stessa.

Qualcosa, là fuori

A seconda del luogo di provenienza del lettore, la descrizione del mondo surriscaldato che Arpaia propone gli apparirà angosciante o allettante.

L’effetto dell’innalzamento della temperatura sarebbe infatti una ridefinizione delle zone geografiche del pianeta: quelle costiere verrebbero sommerse, quelle desertiche diventerebbero impossibili da abitare, quelle temperate si desertificherebbero e quelle fredde si tempererebbero.

Così le spiagge del Mediterraneo verrebbero inghiottite dai flutti insieme ai loro stabilimenti balneari e l’Europa continentale sarebbe ridotta a un Sahara, ma la Scandinavia e la Russia verrebbero liberate dai loro inverni glaciali e conoscerebbero la piacevolezza delle primavere e degli autunni.

Quanto ai flussi migratori, non sarebbero più costituiti da africani e messicani che invadono l’Europa e gli Stati Uniti, ma da europei e americani che scappano verso un Nord ormai senza ghiacci, in una palingenesi di giustizia cosmica e di rimescolamento delle carte geopolitiche.

Inutile dire che nel romanzo, prima che questo avvenga, gli Stati Uniti avevano cercato inutilmente di reagire, eleggendo più o meno nei nostri anni un presidente che assomiglia come una goccia d’acqua a Trump, anche se il romanzo è stato scritto prima dell’inizio dell’attuale campagna elettorale americana: a dimostrazioni che certe politiche e certi candidati sono ampiamente prevedibili, semplicemente sulla base della stupidità e dell’ignoranza umane.

Arpaia, che da studente di scienze politiche si era specializzato in Storia Americana, ambienta parte del suo romanzo proprio negli Stati Uniti, alternando ai capitoli sull’Europa ormai surriscaldata di fine secolo i capitoli sul Nuovo Mondo che balla sul Titanic, ignaro di essere in procinto di affondare nella miseria e nella disperazione.

Il suo protagonista è uno scienziato italiano che da giovane emigra in California nell’odierno periodo della fuga dei cervelli, testimonia l’avvento di un regime fascio-leghista che potrebbe essere inaugurato nella realtà a novembre di quest’anno, è costretto a rientrare dalle disposizioni anti-immigrati, e dopo qualche anno si unisce a un gruppo di profughi del Sud Europa che cercano di raggiungere la neoschiavista Svezia.

I tempi delle due storie intrecciate confluiscono al termine del romanzo, dove la fine della prima voce si unisce idealmente all’inizio della seconda, in una sorta di polifonia contrappuntistica.

Quanto al messaggio del libro, lo stesso Arpaia ha dichiarato in un’intervista che ciò che rende la climate fiction diversa dalla fantascienza è che inventa scenari che potrebbero veramente verificarsi.

 

(Articolo di Piergiorgio Odifreddi, pubblicato con questo titolo l’8 giugno 2016 su “la Repubblica”)

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