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Rodolfo Bosi
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Soprintendenze e nuovi, vecchissimi populismi

28/02/2017
in Archivi, Beni culturali, Comune di Roma, edilizia, Governo del territorio, News, Piani territoriali, Urbanistica
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Il carattere paradigmatico della sit-com “stadio della Roma” ha ormai ampiamente trasceso non solo l’ambito locale, ma anche quello della “sola” urbanistica e gestione della cosa pubblica.

Che le sorti di un’area della città siano decise con tale approssimazione nell’uso degli strumenti amministrativi e normativi e in un ribaltamento degli orientamenti della pubblica amministrazione  determinato da fattori esclusivamente mediatici o di opportunismo elettorale, ci parla di una degenerazione del processo democratico tanto profonda quanto pericolosa.

Della vicenda questa nota richiamerà solo gli elementi che chiamano in causa l’amministrazione del patrimonio culturale e paesaggistico, sottoposta a pesantissimi attacchi – sulla stampa e sui social media – per aver osato esercitare il proprio diritto di tutela sull’area, a partire dalla struttura del l’ippodromo di Tor di Valle.

Il documento di notifica dell’avvio del procedimento di dichiarazione dell’interesse culturale (l’atto iniziale del vincolo) di un paio di settimane fa, non giunge affatto con tempistiche sospette o ritardate: la conferenza di servizi è in pieno svolgimento e, da quel che risulta dalle ultime circonvoluzioni della giunta capitolina, il progetto subirà un cambiamento radicale.

Pur in una situazione a dir poco fluida, quindi, la Soprintendenza ha svolto  il proprio compito: unica istituzione in grado di apportare elementi di chiarezza nel magma indistinto di questa vicenda. Si è scritto (fra gli altri, Sergio Rizzo, Corriere della Sera, 20 febbraio 2017) di una presunta contraddizione fra il documento di questi giorni e un precedente parere dell’allora Direzione Regionale, del 2014, allora responsabile del procedimento.

Quel parere era conseguente ad una primissima fase del progetto, lo studio di fattibilità, mancante, come si rilevava già allora di una serie determinante di elementi di giudizio, oltre che delle procedure VAS e VIA che il parere Mibact del 2014 giudica, a giusto titolo, dirimenti.

Oltre a queste limitazioni chiaramente espresse, non si trattava certo di un “via libera” incondizionato: tali erano le condizioni imposte sotto il profilo archeologico e quello paesaggistico, oltre che il richiamo di una serie vincoli preesistenti nell’area che un’amministrazione anche solo prudente, per non dire coscienziosa, ne avrebbe dovuto trarre conseguenze immediate e non superficiali.

A quanto risulta, invece, nulla è stato fatto per quanto riguarda ad esempio le procedure di verifica dell’interesse archeologico, ovvero sia quelle ricerche e sondaggi che, in via preliminare, dovrebbero servire per valutare la possibilità di impatto col patrimonio archeologico, rischio vicino alla certezza in una zona come quella, che comprende la via Ostiense e il fosso di Vallerano.

In estrema sintesi, da oltre due anni, gli organi di tutela sottolineano criticità dell’opera a più livelli, inascoltate, a fronte di un progetto a dir poco incompleto e per di più mai consolidato: come se ad un medico venisse richiesta una diagnosi  senza radiografie, tac, e con esami del sangue con valori diversi da un giorno all’altro.

Tutt’altro che autocratico – carattere che solo la capziosità o l’ignoranza possono attribuire a simili procedimenti – ogni vincolo è l’esito di un’accurata indagine su una molteplicità di fonti e di ambiti (archeologico, paesaggistico, architettonico, storico artistico) e non può che derivare dal confronto di competenze plurime.

Questo aspetto di multidisciplinarietà e di confronto è ribadito, nel caso in questione, dal giudizio – concorde – di 4 Comitati tecnici del Ministero Beni culturali, interpellati  dalla Soprintendenza e costituiti da esperti delle discipline archeologiche, architettoniche, paesaggistiche e storico artistiche. Gli esperti dei 4 Comitati riuniti, nella loro argomentazione, non solo ribadiscono l’importanza architettonica dell’Ippodromo, ma elencano molteplici elementi di rischio della lottizzazione nel suo insieme, ognuno dei quali basterebbe a renderne altamente improbabile la realizzazione.

Ancora, ad oltre due anni di distanza dal primo parere, né le procedure di VAS e VIA risultano compiute, e neppure l’adozione della variante del PRG, condiciones sine qua non i cui esiti, con molta leggerezza amministrativa, si continuano a dare per scontati.

Ciò che risulta evidente dall’intera successione dei procedimenti di questi ultimi 2-3 anni è che gli organi di tutela, nel loro insieme, sono stati interpellati solo nei passaggi assolutamente obbligatori dal punto di vista procedurale, ma mai coinvolti a livello di progettazione: confinati al solito ruolo di burocrati depositari di saperi specialistici, non necessari nel momento della pianificazione anche se  (almeno sinora) ineludibili.

È una drammatica lacuna politica e culturale che si perpetua – non casualmente – da decenni: pianificazione territoriale e tutela del paesaggio e del patrimonio viaggiano, in Italia, su binari paralleli che si incrociano solo episodicamente perché pensati, dalla classe dirigente del nostro paese, come portatori di istanze diverse, spesso contrastanti e, nel caso della tutela, residuali e da circoscrivere. È quanto avvenuto con l’ininterrotta sequenza di provvedimenti che da alcuni anni a questa parte hanno limitato, scientemente, l’operatività degli organi di tutela.

Dalle “riforme” del Ministero allo SbloccaItalia, fino alla riforma Madia che con il nuovo regolamento della Conferenza di Servizi – regolamento cui dovrà attenersi anche il progetto dello stadio romano – ha inferto un colpo forse decisivo all’autonomia e alla prescrittività delle decisioni degli organi di tutela.

Eppure in quelle poche scarne paginette prodotte dal Mibact e dai suoi Comitati sono contenuti più elementi di rilevanza strategica che in tutto il diluvio delle migliaia di faldoni sinora elaborati dai privati proponenti: vi si parla di un’area fragile, quella di Tor di Valle, ma ricca sia dal punto di vista del patrimonio culturale – archeologico e architettonico – che di quello paesaggistico, si sottolineano i pericoli di costi eccessivi per la collettività a fronte di un progetto su cui i proponenti, a tutt’oggi, non hanno ancora fornito elementi di giudizio indispensabili.

Quanto infine alla popolarissima affermazione secondo la quale “le Soprintendenze dettano legge su tutto: hanno un indiscriminato potere privo di controllo democratico – non essendo elettive – e davvero spropositato” (sic il direttore del Messaggero, 24/02/2017 da ultimo di una lunghissima serie di giornalisti e politici di primo livello), nessuno dei suoi sostenitori ha ancora saputo rispondere  alla constatazione secondo la quale, i funzionari della tutela, che agiscono sulla base di competenze comprovate da pubblici concorsi, sono come  i medici: nel caso di un intervento a cuore aperto, davvero sceglieremmo che ad operarci fosse il raccomandato di turno o un chirurgo eletto “democraticamente”?

Le manipolazioni populistiche e mediatiche che la vicenda dello stadio della Roma ci propina quotidianamente ormai, dovrebbero piuttosto farci riflettere su di un più consapevole uso del fragilissimo strumento della democrazia.

E su come la capacità di ogni amministrazione di decidere in maniera informata e trasparente ne sia elemento non negoziabile e unica garanzia della tutela dell’interesse collettivo.

 

(Articolo di Anna Maria Guermandi, pubblicato con questo titolo il 26 febbraio 2017 sul sito “Eddyburg”)

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