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Home Archivi

Terrrorismo perché?

18/11/2015
in Archivi, Governo del territorio, News, Piani territoriali
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Francesco Indovina.

Francesco Indovina

Ma no: perché?

Chi ha tutto non può chiedere a chi non ha niente: perché?

Chi ha usato la fede per “civilizzare” il mondo non può chiedere a chi usa Dio contro di noi: perché?

Chi fabbrica armi e poi li dà a chi uccide non può chiedere: perché?

Chi ha portato la guerra, inventando menzogne, in altri paesi per puro interesse non può chiedere a chi ci porta la guerra: perché?

Chi costruisce nuovi equilibri internazionale combattendo, forse,  il califfato ma pensando ai propri interessi, non può chiedere alla strategia del terrore: perché?

Perché, perché, perché ………………..

Tutti i possibili perché non giustificano le crudeli uccisioni; non giustificano e basta.

Ma forse ci fanno capire qualcosa.

Ma capire non ci libera dalla paura, dall’angoscia, dall’impotenza.

Oggi piangiamo tutti assieme gli amici francesi trucidati, ma non abbiamo pianto qualche giorno fa gli amici libanesi morti in  uno stesso attentato.

Non abbiamo pianto i morti kurdi bombardati dalla Turchia.

Non abbiamo pianto … La nostra solidarietà, il nostro rispetto della vita non è generalizzato.

Di fatto distingue,  e questo non ci aiuta ad essere liberi, né a capire.

Siamo orgogliosi della nostra civiltà, della nostra libertà, della nostra convivenza, dei nostri diritti; ma questa civiltà che ci pare attaccata e che vogliamo difendere è il risultato di misfatti, di orrori, di genocidi.

E con il lavoro sulle nostre coscienze, utilizzando la nostra intelligenza, riflettendo su noi e gli altri, che, forse, ci siamo liberati da quegli orrori perpetrati fino ad ieri (il secolo scorso è stato il tempo di una carneficina continua), costruendo un non mai raggiunto livello alto di civiltà.

Ma niente e concluso, gli interessi spesso ci acciecano.

La riunione a Malta dei capi di stato sull’immigrazione la dice lunga sulla nostra disponibilità all’accoglienza.

I muri, i fili spinati, i fossati che molti paesi stanno materialmente costruendo contro l’immigrazione la dice lunga su l’Europa unita.

Queste frontiere oggi  sono “contro” gli immigrati ma finiranno per essere le frontiere interne di un Europa divisa.

La divisione sta nella logica delle frontiere.

Ci aspetta un’Europa molto più frammentata di come è uscita dalla seconda guerra mondiale e forse meno civile di quello che pensiamo.

Certo bisogna resistere all’emozione che parla alla pancia, alla paura che prende il cuore, al senso di insicurezza che diventa modo di vita.

Bisogna ragionare, bisogna avere politiche efficaci ed efficienti.

Sapremmo cosa fare nel medio-lungo periodo, ma non possiamo farlo; le nostre condizioni economiche e sociali, i nostri rapporti sociali, gli interessi che giocano anche sopra le nostre teste non ci permettono di fare quello che sappiamo andrebbe fatto.

Quando i due militari dell’ISIS nel video che gira in rete, chiamano quanti di “loro”, sono umiliati in terra straniera, costretti a chiedere l’elemosina, disoccupati, sottopagati, e li invitano a unirsi a loro nel nome di Allah, sanno di fare un gioco facile anche se  non di sicuro successo, per nostra fortuna.

Ma li chiamano alla lotta là dove si trovano, li invitano a prendere le armi che hanno a disposizione e ad uccidere.

Terrorismo diffuso, questa è la nuova situazione.

Quando qualche imbecille propone di distinguere gli immigrati che vengono da zone di guerra da accogliere (con attenzione e parsimonia), dagli immigrati per bisogno (fame, sottosviluppo, ecc.) da rifiutare e mandare indietro,  inconsapevolmente (ma è possibile inconsapevolmente)  contribuisce a creano le migliori condizioni di accoglienza agli appelli dell’ISIS.

C’è una politica di medio-lungo periodo.

Ma quello che bisognerebbe fare in tale tempo medio-lungo non si farà;  si dirà; si useranno molte parole; ma non si farà.

Così  il tempo medio-lungo diventerà infinito e alimenterà nuove rivolte, nuovi terrorismi, nuove bandiere.

Non si farà perché non lo permette il nostro sistema sociale, non lo permettono gli interessi economici in gioco, perché i “soci” che dicono di combattere l’ISIS  fanno i loro giochi.

Agli immigrati non saranno riconosciuti diritti di cittadinanza;  le risorse dei singoli paesi non saranno lasciati agli stessi per lo sviluppo; non si faranno sostanziosi investimenti internazionali per lo sviluppo; al contrario si continuerà a corrompere, a sostenere dittature spesso feroci, a saccheggiare le risorse, si asserviranno popolazione, si affameranno, si sottrarrà l’acqua, …..

Ma anche se si facessero per il medio lungo periodo le cose positive previste e prevedibili, resta il grumo terribile del breve periodo: l’ISIS e  il terrorismo.

Che fare? Pensieri poveri e contraddittori.

Contro questo pericolo non basta l’intelligenza dei servizi (il terrorismo diffuso e individualista, non ha corpo, non ha bisogno di centrali, basta la predicazione), la prevenzione, certo, se ne siamo capaci, ma sarà necessaria anche qualche forma di repressione: bloccare l’espansione, liberare chi volontariamente si è fatto schiavo, liberare chi è oppresso in nome di un Dio crudele che lotta per la sua supremazia.

C’è anche uno scontro militare all’orizzonte.

No contro Allah, non serve, non uno scontro di civiltà, quale è la civiltà proposta dall’ISIS se non un futuro di sottomissione e privazioni, ma contro il terrorismo, contro un regime criminale, contro un dittatura politica che si crea il proprio Dio.

Dovrebbe essere una “pulizia” fatta dagli stessi musulmani uniti con le forze internazionali, in una guerra di liberazione.

Ma pare difficile che i regimi musulmani, date le loro divisione interne che alimentano lo stesso terrorismo e che sostengono l’ISIS, siano disponibili per tale guerra di liberazione..

In realtà non si farà nulla per il periodo medio-lungo, si farà nel periodo breve una guerra priva di prospettive.

E sulle macerie sorgeranno nuove bandiere, nuove rivendicazioni e nuovi terrorismi.

Sentendo i capi di governo, ascoltando la voce della gente, che quando impaurita dà il peggio di sé, non mi pare si possa essere ottimisti.

(Articolo di Francesco Indovina, urbanista, politico e giornalista, pubblicato con questo titolo il 15 novembre 2015 su “Felicità futura”)

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