
Per la prima volta un organismo internazionale riconosciuto dalle Nazioni unite ha sancito che nella Striscia di Gaza è in corso una carestia.
In un rapporto di 59 pagine pubblicato ieri, la Integrated Food Security Phase Classification (IPC, Classificazione integrata delle Fasi dell’Insicurezza alimentare) ha messo nero su bianco che la carestia è «interamente causata» da Israele.
Al momento coinvolge soprattutto Gaza City e dintorni, ma «si sta rapidamente diffondendo».
Israele ha respinto la valutazione dell’Ipc, dicendo che si basa su «informazioni parziali provenienti da Hamas, un’organizzazione terroristica».
Per la propaganda israeliana non c’è dunque alcuna carestia a Gaza.
Al contrario: c’è un’abbondanza di cibo e bevande, testimoniata dal fatto che i ristoranti e i bar sarebbero pieni.
Questa narrazione è in voga da alcune settimane sui social network, in particolare su X e Telegram.
A promuoverla sotto l’hashtag #TheGazaYouDontSee (La Gaza che non vedete) sono sia gli account ufficiali di Israele che alcuni account filo-israeliani seguiti da decine di migliaia di persone.
IL PIÙ ATTIVO è indubbiamente «Gazawood», che prende il nome da un gioco di parole tra Gaza e Hollywood e che pubblica quotidianamente video e storie presi dai profili di bar e locali nella Striscia, per dimostrare che non c’è alcuna catastrofe umanitaria.
Spesso e volentieri i post sono accompagnati da didascalie sarcastiche, volte a denunciare l’ipocrisia dei palestinesi e la malafede dei media occidentali che amplificano l’impostura.
In almeno due casi, come ha rilevato un articolo di France24, l’account ha però rilanciato clip di locali che nel frattempo hanno dovuto chiudere a causa della penuria di materia prime o del loro costo eccessivo a causa dell’inflazione.
In generale, poi, i locali che rimangono aperti lavorano in condizioni proibitive.
Mohammed Shabana, proprietario dell’Athar Cafè a Gaza City, ha spiegato a France 24 che «anche nelle condizioni più difficili cerchiamo di presentarci in modo dignitoso e rispettabile» sui social.
Tuttavia, ha aggiunto, «questo non significa che vada tutto bene o che ci sia tanto cibo a disposizione.
Quello che appare nei video non riflette lo sforzo e la fatica necessaria a tenere in piedi l’attività».
La mera presenza di attività di ristoro non è in contraddizione con lo stato di carestia.
Secondo la metodologia dell’Ipc si può parlare di carestia in una certa area quando il 20% delle famiglie si trova in condizioni di estrema carenza di cibo; quando il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta; e quando almeno due persone adulte ogni 10mila muoiono ogni giorno di fame.
QUALCHE CORNETTO, dei caffè ghiacciati o dei barattoli di Nutella non sono di certo sufficienti a sfamare una popolazione allo stremo.
Quella portata avanti da «Gazawood» e account analoghi è una campagna estremamente subdola, che usa video reali ma li travisa e decontestualizza per far leva sull’emotività e per seminare dubbi velenosi.
Non è un caso: dietro all’account ci sono dei professionisti della disinformazione.
Stando un’inchiesta del sito Forbidden Stories e di varie ong, tra cui le israeliane Fake Reporter e The Seventh Eye, «Gazawood» è gestito dallo scrittore ultraortodosso Idan Knochen e dallo storico statunitense Richard Landes.
Quest’ultimo è noto per aver coniato, all’inizio degli anni Duemila, la teoria del complotto di «Pallywood» – anch’essa nata da una crasi tra Palestina e Hollywood.
Secondo Landes, dalla Seconda Intifada in poi i palestinesi metterebbero sistematicamente in scena la propria morte per ingannare l’opinione pubblica e screditare lo stato di Israele.
In altre parole, tutto ciò che proviene dalla Striscia di Gaza o dalla Cisgiordania non può essere mai creduto.
ATTRAVERSO TEORIE come Pallywood si può distorcere la realtà in maniera spudorata.
Ed è proprio per questo che la propaganda israeliana vi ricorre così di frequente: è l’arma mediatica perfetta per negare l’evidenza e screditare le vittime, addossandogli la responsabilità delle proprie sofferenze.
(Articolo di Leonardo Bianchi, pubblicato con questo titolo il 24 agosto 2025 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

