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«Il modello Albania è un attacco a democrazia e stato di diritto»

30/07/2025
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«Il modello Albania è un attacco a democrazia e stato di diritto»
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Il Cpr di Gjader – Antonio Sempere/Contacto via Zuma Press

«Il modello Albania è un dispositivo di governo fondato sull’opacità e sullo svuotamento degli spazi di democrazia.

Il Parlamento è stato marginalizzato, il ruolo della società civile ridotto, le informazioni rese inaccessibili anche ai soggetti istituzionali legittimati al controllo».

È questo il succo delle 52 pagine del rapporto presentato ieri alla Camera dal Tavolo asilo e immigrazione (Tai) con il titolo Ferite di frontiera.

Dentro c’è il numero complessivo delle persone trasferite nel Cpr di Gjader nella seconda fase del progetto: 132.

Sono i migranti “irregolari” deportati dal territorio nazionale, dopo che il governo ha cambiato la destinazione d’uso delle strutture inizialmente pensate per i richiedenti asilo mai entrati in Italia.

Una scelta «illogica», sostiene il vicepresidente Arci Filippo Miraglia, «visto che si tratta di individui già trattenuti e visto che i rimpatri tendenzialmente si fanno entro i primi venti giorni di detenzione».

Il numero è stato dedotto dalle diverse visite di monitoraggio realizzate dal Tai e dal gruppo di parlamentari ed europarlamentari di opposizione che seguono la vicenda.

Perché il Viminale non fornisce dati completi, nemmeno alle richieste dei rappresentanti istituzionali.

Nell’ultima ispezione la deputata Pd Rachele Scarpa ha persino scoperto che il 16 luglio c’è stato un trasferimento di 13 migranti di cui non è stata data alcuna notizia.

«Un fatto grave che conferma come la mancanza di trasparenza verso i cittadini italiani vada di pari passo alle violazioni dei diritti fondamentali e alla riduzione delle garanzie per i cittadini stranieri», afferma Scarpa.

In questo senso si muove anche la circolare emanata ad aprile dal Viminale per ostacolare gli ingressi dei collaboratori occasionali dei deputati.

«Una circolare anti-Tai, l’hanno fatta per impedire a noi di entrare a Gjader», dicono durante la conferenza stampa.

Il rapporto della principale rete di associazioni che si occupano di immigrazione elenca tutti gli abusi che vengono consumati al di là dell’Adriatico sotto giurisdizione italiana: i trasferimenti sono realizzati senza alcun provvedimento dell’autorità giudiziaria, senza motivazioni e con l’utilizzo di mezzi coercitive; l’accesso alle cure è limitato e discriminatorio; manca un riesame dell’idoneità al trattenimento all’ingresso a Gjader, che per la sua collocazione presenta problematiche diverse da quelle degli altri Cpr; il diritto alla difesa è fortemente limitato, se non compromesso.

Citando recenti decisioni di Consulta e Cassazione il Tai sottolinea le numerose criticità giuridiche rispetto ai principi costituzionali, internazionali ed europei dei centri voluti dal governo Meloni e chiede di «sospendere i trasferimenti e cancellare l’accordo».

«Perché l’esecutivo insiste così tanto nonostante numeri così piccoli?», si chiede Riccardo Magi.

La risposta del segretario e deputato di +Europa è che «l’obiettivo del protocollo con Tirana è affermare come di quelle persone si possa fare ciò che si vuole.

Il punto più importante è la minaccia a democrazia, stato di diritto e legalità.

Facciamo attenzione: quei centri sono stati costruiti per durare».

Intanto ieri l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha aggiornato i numeri sui morti e i dispersi lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale: quest’anno in totale sono 659.

Nel frattempo la sedicente «guardia costiera libica» ha catturato in mare e riportato nei centri di prigionia 13.243 persone.

Di cui 11.508 sono uomini, 1.180 donne e 410 minori (di 145 migranti non si conoscono i dati di genere).

A ieri gli sbarchi in Italia erano 36.545, contro i 32.723 dello stesso periodo 2024.

(Articolo di Giansandro Merli, pubblicato con questo titolo il 30 luglio 2025 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

 

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