
La Grande chambre della Corte di giustizia europea – Ansa
Il grande giorno è arrivato: oggi alle dieci la Corte di giustizia Ue legge la sentenza che segna il futuro del protocollo Roma-Tirana.
La causa – ribattezzata con i cognomi di fantasia Alace-Canpelli, secondo la prassi del tribunale di Lussemburgo a tutela della privacy – riguarda la definizione dei «paesi di origine sicuri» ed è stata discussa lo stesso 25 febbraio dalla Grande chambre (una sorta di Sezioni unite).
In quell’occasione dodici paesi membri e la stessa Commissione Ue, con un’incredibile testacoda rispetto alla memoria depositata solo un mese prima, sono intervenuti per sostenere la linea del governo Meloni.
Questo, fondamentalmente, pretende meno controlli dei giudici sulle designazioni dei paesi sicuri decise dal potere esecutivo.
Non si tratta di tecnicismi, perché quella classificazione incide sul tipo di procedura d’asilo che per i richiedenti originari di Stati inseriti nella lista governativa diventa accelerata.
Ogni passaggio è più rapido, il diritto di difesa compresso e, soprattutto, l’iter può svolgersi dietro le sbarre.
Come quelle di Gjader, costruite proprio per rinchiudere le persone in cerca di protezione internazionale mai entrate in Italia.
Un esperimento senza precedenti di trattenimento extraterritoriale, che Meloni propone come modello all’Europa.
Il rinvio pregiudiziale partito lo scorso novembre dal tribunale di Roma è composto da quattro quesiti: se la lista dei «paesi sicuri» può essere un atto legislativo; se il giudice ha il potere di controllare la stessa designazione, oltre il caso del singolo richiedente; se le fonti su cui poggia la classificazione devono essere pubbliche o meno; soprattutto: se un paese che presenta eccezioni per categorie di persone può comunque essere ritenuto sicuro e nel caso entro quali margini.
Il 10 aprile scorso è stato pubblicato il parere dell’avvocato generale Richard de la Tour, che non è vincolante ma offre uno schema interpretativo.
A destra le reazioni si sono concentrate sul fatto che ammette le eccezioni per categorie di persone.
Qualcuno ha perfino esultato.
In realtà il parere dà ragione al governo italiano solo sul primo quesito e lo sconfessa su tutti gli altri, compreso il quarto.
È vero che non esclude del tutto la possibilità di eccezioni sociali, ma fissa criteri stringenti per ammetterle e fa degli esempi concreti che, se approvati dalla Corte, eliminerebbero un buon numero di paesi che l’Italia considera sicuri.
A partire da quelli coinvolti nel protocollo.
Le sentenze della Corte Ue sono spesso dense e complesse, piene di sfumature che escludono letture da tutto bianco o tutto nero.
È verosimile lo sia anche quella di oggi.
Perciò il governo potrebbe provare a cantare vittoria comunque.
Magari per ritentare un nuovo round di trasferimenti dalle acque internazionali, mentre a Gjader restano 27 persone deportate dall’Italia nella seconda fase del protocollo.
Quella sui migranti “irregolari” che non è toccata dalla causa in Lussemburgo.
(Articolo di Giansandro Merli, pubblicato con questo titolo il 1 agosto 2025 sul sito online del quotidiano “il manifesto”)

