
Ha vinto Lula, ha vinto l’Amazzonia.
Le elezioni in Brasile si chiudono con un esito su cui nessuno al primo turno avrebbe scommesso un real, un euro o un dollaro.
E invece Luiz Inácio Lula da Silva in tre settimane ha compiuto una rimonta straordinaria e pur senza incassare l’appoggio di nessun’altro candidato escluso dal ballottaggio, ha battuto per quattro milioni di voti Flávio Bolsonaro e ora sarà presidente per la quarta volta.
Non era mai successo niente di tutto ciò: né un’elezione a presidente per quattro volte né una vittoria senza il sostegno di altri candidati esclusi dal ballottaggio né un ribaltamento del responso della prima tornata elettorale.
L’esponente di estrema destra, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonario, parla di brogli, contesta la decisione della Corte suprema di prorogare di due ore la chiusura dei seggi (che però aveva dato seguito a una richiesta avanzata da entrambi i fronti) e annuncia che chiederà l’annullamento del voto.
Il presidente Usa Donald Trump è con lui, mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen si congratula con Lula: «La democrazia e il multilateralismo hanno trionfato in Brasile», dice mandando un segnale a chi, da fuori i confini brasiliani, è pronto a contestare l’esito del voto popolare e mettere i bastoni tra le ruote al confermato presidente: «Rimarremo al vostro fianco per gli anni a venire.
Insieme continueremo a lavorare strettamente per un commercio libero e aperto.
Un ordine globale basato sulle regole. E forti ambizioni per il nostro clima».
La partita che si apre ora è però tutt’altro che in discesa per Lula.
Ex metalmeccanico, una vita da sindacalista, ha dimostrato in queste tre settimane di campagna elettorale per il secondo turno che nonostante domani compirà 81 anni, la voglia e l’energia di combattere sono ancora intatte.
E gli serviranno tutte.
Dovrà far fronte a una maggioranza parlamentare uscita dal primo turno controllata dal Partido liberal e dai Republicanos.
E costruire alleanze con le forze di centrodestra questa volta sarà più complicato di quanto non sia stato già nella passata legislatura.
In più, Lula dovrà fare i conti con tentativi di ingerenza che già in queste settimane di campagna elettorale si sono fatti sempre più pesanti.
Non a caso, nel suo discorso alla folla riunita in piazza dopo la vittoria, ha puntato il dito contro le cosiddette big tech e le mosse della Casa Bianca per influenzare l’esito elettorale, scandendo pur senza il bisogno di un riferimento diretto: «Questo Paese non è il cortile di casa di nessuno».
Trump in questi giorni ha il suo bel daffare, considerando che la prossima settimana si svolgono negli Stati Uniti le elezioni di metà mandato e che dagli ultimi sondaggi emerge che soltanto il 36% degli americani approva l’operato del presidente, mentre il 59% lo disapprova.
Ma gli interessi delle aziende statunitensi non sono pochi, guardando al Brasile, e l’interesse a voltare pagina rispetto agli ultimi anni è alto.
Dal 2022 a oggi, le politiche imposte da Lula hanno salvato 20 mila chilometri quadrati di foresta Amazzonica.
Facendo piazza pulita dell’impostazione che aveva dato Bolsonaro, nella passata legislatura Lula ha approvato il ripristino delle normative ambientali e un rigoroso orientamento del Codice forestale, mentre sotto la guida dell’ambientalista e ministra Marina Silva, l’azione di contrasto alle più devastanti pratiche commerciali ha portato il tasso annuale di deforestazione a più che dimezzarsi, crollando dagli oltre 11.500 chilometri quadrati del 2022 ai circa 5.700 del 2025, fino a toccare nel 2026 i livelli più bassi dall’inizio delle rilevazioni ufficiali nel 1988.
Con la vittoria di Bolsonaro Jr tutto ciò sarebbe stato spazzato via, facendo invece tornare in auge quanto messo in pratica durante la presidenza di Jair Bolsonaro, segnata dal depotenziamento dei controlli federali, dall’indebolimento delle agenzie di tutela e dall’avanzata delle attività estrattive e dell’agribusiness.
Mentre ora Lula può portare avanti l’obiettivo della deforestazione zero entro il 2030.
Non a caso, oltre ai vertici dell’Ue, a complimentarsi per questa vittoria sono soprattutto le principali associazioni ambientaliste mondiali.
A cominciare da Greenpeace Brasile, che sottolinea che «nonostante la disinformazione, il negazionismo e l’ingerenza delle grandi aziende tecnologiche (Big Tech), ha vinto la scelta di un Brasile sovrano, che ora potrà continuare a procedere verso la Deforestazione Zero e che valorizza la libertà di espressione, fondamentale per l’attivismo socioambientale».
L’organizzazione sottolinea che la mobilitazione popolare, che ha segnato la storia del Brasile, continuerà a essere estremamente necessaria nei prossimi quattro anni per lottare contro i passi indietro in campo ambientale provenienti da un Congresso nazionale occupato dall’estrema destra e da parlamentari negazionisti e anti-ambientalisti.
«Greenpeace Brasile continuerà a essere un alleato dei popoli indigeni, delle comunità locali e delle organizzazioni della società civile nella difesa della democrazia e nella promozione di politiche ambientali giuste e sostenibili per la popolazione brasiliana».
Dice Carolina Pasquali, direttrice esecutiva di Greenpeace Brasile: «La rielezione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva è importante per il mondo intero. Rafforza i sistemi democratici e conferma l’impegno per la protezione dell’Amazzonia e la lotta alla crisi climatica.
Avvicina inoltre il Brasile agli altri governi che già riconoscono la minaccia delle grandi aziende tecnologiche per la sovranità nazionale e i processi elettorali.
Questo risultato dimostra che il potere è nelle mani delle persone che si organizzano e lottano».
(Articolo di Simone Collini, pubblicato con questo titolo il 26 ottobre 2026 sul sito online “greenreport.it”)

