
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Il “lavaggio verde” sugli effetti indolori della “tecnica agrivoltaica” sul suolo agricolo prosegue.
Il “lavaggio verde”, attraverso una “semplificazione mediatica, ecologica e agronomica”, avviene anche in Veneto a proposito del gigantesco “progetto agrivoltaico” di 385 ettari, pari a 306 campi di calcio, a Eraclea e Torre di Mosto (165 ettari a Torre di Fine e 220 ettari a Torre di Mosto).
Ma è evidente come anche in questo mostruoso progetto non siano gli agricoltori a progettare e costruire tali seducenti e bucolici impianti agrivoltaici: stiamo assistendo all’ennesimo “esproprio antropologico ed economico” di quello che rimane della campagna veneta.
Grazie agli aiuti di Stato finanziati dalle nostre bollette e al meccanismo a due vie, che assicura un rendimento finanziario ventennale, anche l’agrivoltaico si sta rivelando per le multinazionali dell’energia, per i fondi di investimento e per le banche d’affari un business conveniente e senza rischi.
Per rendere più appetitoso nel menu della “speculazione energetica” questo secondo “piatto green” (il primo piatto green è il fotovoltaico sui campi, sponsorizzato anche da Legambiente) lo hanno chiamato “agrivoltaico avanzato”, come se aumentare l’altezza o la distanza dei pannelli da terra ripristinasse la normalità del lavoro agricolo e delle “condizioni micro climatiche” delle coltivazioni.
Come se i pannelli non producessero l’alterazione del microclima, l’aumento della temperatura attorno all’impianto, il crollo della componente organica e della fertilità e non sottraessero alle piante una parte della radiazione solare per la fotosintesi clorofilliana.
Come se la cantierizzazione non comportasse strade, compattazione del suolo per il passaggio di mezzi pesanti, del movimento terra e lo scavo per posare i cavi.
Come se questo “insediamento industriale mascherato” non innescasse, come sostiene Lambert (2021), “un declino iniziale di materia organica che riduce notevolmente la densità microbiologica dei terreni”.
Come se i campi magnetici creati dal passaggio dei cavi e la massiccia presenza di metallo non interferissero sulla crescita delle piante.
Come se il sistema BESS di accumulo di energia a batteria (una potenza di 270 MWh pari a 54 container di batterie al litio nell’impianto di Eraclea-Torre di Mosto) non comportasse delle basi di cemento e non producesse elettromagnetismo e ulteriore calore.
Come se la presenza di un vero e proprio mega impianto industriale recintato non incidesse sulla vita di insetti, dell’avifauna, della propagazione della biodiversità.
Come se lo scavo e interramento di cavi per collegare i due lotti agrivoltaici di Eraclea e Torre di Mosto e i 23,5 km di linea fino a Salgareda, che attraversano canali, aree agricole e infrastrutture, non necessitassero di una Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.).
Come se l’agrivoltaico fosse compatibile con qualsiasi coltura in termini di operatività agricola e del flusso bioenergetico della fotosintesi clorofilliana.
Come se il percolamento dai pannelli dell’acqua piovana non creasse dissesto idrogeologico localizzato.
Come non ci fosse un rischio di contaminazione dato che i pannelli vengono puliti con detergenti chimici che, inevitabilmente, si disperdono nel terreno.
Ma veramente vogliamo ridurre la riflessione sul “dove” e sul “come” produrre energia pulita senza una visione integrata delle “funzioni ecosistemiche” del suolo naturale, altrettanto necessarie ad una transizione ecologica che non sia solo energetica?
Mi chiedo: in Veneto, per produrre energia pulita dal sole cosa aspettano maggioranza e opposizione in Consiglio Regionale a legiferare per l’utilizzo della superficie complessiva di 41.000 ettari tra aree coperte ed aree scoperte dei 92.000 capannoni presenti nei 541 comuni della regione (Fonte:Assindustria Veneto Centro 2019)?
Per produrre energia pulita ci sono le alternative al consumo di suolo agricolo, favorite, paradossalmente, dalla diffusa cementificazione e infrastrutturazione del territorio veneto.
L’ultimo rapporto dell’Ispra 2026 indica in 1.116 km2 la superficie di tetti utilizzabili per l’installazione di impianti fotovoltaici utili per produrre almeno 70 GW (l’Ispra ha stimato comune per comune l’energia in MW producibile dai tetti), a cui si possono aggiungere i GW producibili dai pannelli fotovoltaici installabili su aree dismesse, aree da bonificare, piazzali, parcheggi, in corrispondenza di infrastrutture stradali, autostradali, ferroviarie e su altre aree impermeabilizzate.
Ma lo vogliamo capire che il Veneto con il 11,87% (7,19% la media nazionale) di “suolo artificializzato” sarebbe in grado, non solo di raggiungere la “sovranità energetica”, ma anche di esportare parte dell’energia prodotta.
Mi chiedo: cosa aspettano maggioranza e opposizione in Consiglio Regionale a varare una legge sulle aree idonee che imponga e finanzi l’utilizzo di tutte le superfici che hanno perso la loro funzionalità ecosistemica?
Una legge regionale in quella direzione favorirebbe, tra l’altro, la diffusione delle (C.E.R.) Comunità Energetiche Rinnovabili, formate da gruppi di cittadini, imprese, enti locali e altre organizzazioni che si associano per produrre, gestire e condividere l’energia da fonti rinnovabili utilizzando le superfici artificializzate che hanno perso la loro funzionalità ecosistemica. I
nvece la “frenesia energetica rinnovabilista” ci sta conducendo dritti dritti verso un annichilimento ecologico di stampo tecnocratico, violando palesemente l’articolo 11 del “Regolamento Europeo sul Ripristino della Natura che prevede il “rafforzamento della biodiversità degli ecosistemi agricoli e l’aumento dello stock di carbonio organico nei terreni minerali coltivati”.
Attraverso una grossolana e superficiale analisi scientifica sull’impatto della “tecnica agrivoltaica” su una risorsa non rinnovabile come la terra si sta cestinando il “principio di precauzione”.
La domanda da porsi è di natura etica ed ecologica: prima di spostare l’impatto delle rinnovabili su altre risorse che non sono affatto rinnovabili quante superfici e quante e quali modalità di produzione energetica posso utilizzare?
Eludere questa domanda non è né ecologico, né etico.
Solo dopo avere cercato di rispondere in modo scientifico e sensato a questa domanda possiamo discutere di rinnovabili a terra, solo dopo, non prima.
Schiavon Dante
