
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Chi vuole veramente favorire una “rivoluzionaria forestazione urbana” deve farsi parte narrante di un nuovo racconto: scientifico, didascalico, divulgativo, a partire dal concetto di “utilità sociale ed ecologica”.
Gli alberi sono un aiuto, una forma di soccorso naturale: dei condizionatori naturali d’estate, delle micro e diffuse vasche di laminazione durante le piogge intense.
La loro “utilità sociale ed ecologica” può aumentare se li facciamo diventare tantissimi elementi di una “infrastruttura verde”, pianificata e distribuita scientificamente sul territorio.
Quando cade un albero di 80 anni dilaga nei media una narrazione premeditatamente emotiva, per niente scientifica, che rinuncia a rispondere a una serie di domande.
Ne riassumo alcune: quell’albero nel corso della sua vita vegetativa quanta CO2 e quante polveri sottili ha assorbito, quanta acqua hanno assorbito le sue radici, quanto ossigeno, quanta aria pura, quale contributo ha dato nella prevenzione di patologie gravi, quanta ombra ha regalato nel luogo dove siamo soliti parcheggiare la nostra auto, quanta acqua meteorica non è giunta a terra schermata dalle foglie della sua chioma, quanto refrigerio ci ha regalato quando, passeggiando sull’asfalto sotto il sole cocente, entravamo sotto la sua “chioma avvolgente evapotraspirante”, quanti momenti di spiritualità nel nostro personale viaggio dentro noi stessi ci ispirava la sua bellezza, quante occasioni di aggregazione comunitaria sotto la sua chioma nei periodi di calura estrema ha regalato alla collettività urbana?
Dobbiamo scardinare una narrazione emotiva, surreale, anti-scientifica e anti-ecologica che accompagna la caduta di un albero nonostante la sua marginalità statistica: la natura e gli alberi non sono un rischio, o non lo sono più di tante altre attività umane, produttive e civili, legate al nostro caotico stile di vita.
Il “rischio zero” non esiste da nessuna parte e in nessun contesto delle nostre vite.
Il 14 agosto 2018 per il crollo del Ponte Morandi sono morte 43 persone, più diversi feriti, 40 veicoli coinvolti, danni materiali ingentissimi, centinaia di persone sfollate.
Quella tragedia è stata causata dalla mancanza di manutenzione dell’infrastruttura stradale.
Anche gli alberi sono elementi di una infrastruttura: una “infrastruttura verde” che ha bisogno, per ridurre la probabilità statistica di un evento traumatico, di cura e rispetto.
Sul rischio che un albero cada cronisti e amministratori locali finiscono per alimentare un pregiudizio psicologico di massa, radicatosi a seguito di un racconto mediatico taroccato, funzionalmente ed ecologicamente disarticolato e parziale.
Sul mito della crescita infinita a spese della natura, del suolo e degli alberi bisogna posare uno “sguardo sovversivo” e dare attuazione pratica all’articolo 9 della Costituzione, collegandolo all’articolo 8 della Legge sul Ripristino della natura (NRL): “entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri provvedono affinché non si registri alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né di copertura della volta arborea”.
Il “legame simbiotico” tra l’articolo 9 della Costituzione e l’articolo 8 della Natural Restoration Law ci potrebbe aiutare a scorgere “un’analogia normativa” tra la “tutela della biodiversità” da un lato e la “tutela del suolo e degli alberi” dall’altro.
Mi pongo due semplici domande.
La prima: perché la mattanza degli alberi maturi non può configurarsi come un danneggiamento (articolo 635 del Codice Penale) del patrimonio indisponibile dello Stato e non viene tutelata nell’interesse della collettività nazionale, come analogamente previsto a protezione delle specie avifaunistiche in periodo di nidificazione dall’articolo 1 della legge n. 157/1992 di recepimento della Direttiva 2009/147/CE?
Perché il danneggiamento antropico e meccanico, l’abbattimento immotivato e la scorretta gestione degli elementi di una “infrastruttura verde vitale” non si configurano come un reato?
Ne discenderebbe a cascata, l’obbligo, per coloro che si definiscono ambientalisti, di battersi a “livello politico-parlamentare” per arrestare il consumo di suolo e introdurre una rigorosa tutela normativa degli alberi.
Senza questo urgente passaggio politico, nonostante gli sforzi coraggiosi e ammirevoli dei comitati spontanei, la scomparsa di una risorsa non rinnovabile come il suolo e la deforestazione di alberi maturi sani nei nostri centri urbani e la sua narrazione deformata proseguiranno senza fine.
Dal prorompere devastante della crisi climatica planetaria tutto deve ruotare attorno al disperato concetto di “utilità sociale ed ecologica” del suolo naturale e degli alberi e delle loro essenziali funzionalità ecosistemiche.
Schiavon Dante

